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3 Luglio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Cala Finanza: le proteste bloccano un progetto turistico in un’area protetta – 3/7/2026

In Sardegna il governo revoca l’autorizzazione al mega resort di Cala Finanza; l’Unione Europea vuole velocizzare le miniere di minerali critici proprio nelle zone più colpite da siccità; due giardinieri a confronto.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Ieri è arrivata una bella notizia per chi vive in Sardegna e non solo. Il contestato progetto di costruire un mega resort di lusso a Cala Finanza è stato fermato. Proprio grazie alle veementi proteste della popolazione. 

Vi riassumo brevemente. Il luogo dove si svolge tutta la vicenda è appunto Cala Finanza, un promontorio bellissimo nel comune di Loiri Porto San Paolo, in Gallura, proprio di fronte all’isola di Tavolara. Zona che rientra in un’Area marina protetta dove, per legge nazionale, non si può costruire assolutamente nulla, ed è pure tutelata dal Piano Paesaggistico Regionale che Renato Soru varò nel 2006 per blindare le coste sarde entro i 300 metri dal mare.

Nonostante questi vincoli, prima il comune di Loiri Porto San Paolo, a novembre, poi a febbraio il governo avevano dato il via libera a un progetto della società Tavolara Bay, controllata dal colosso immobiliare brasiliano JHSF, per costruire un glamping di lusso. Un glamping è un campeggio fighetto, in questo caso il progetto prevedeva bungalow a cinque stelle, ottenuti ristrutturando una vecchia villa storica che i brasiliani hanno comprato per dieci milioni di euro. 

Formalmente, si parlava “solo” di una ventina di casette rimovibili, niente nuove cubature. Ma c’erano diverse preoccupazioni e robe controverse. innanzitutto diverse organizzazioni temevano, anche perché è un pattern ricorrente, che il glamping fosse un grimaldello per iniziare a costruire in una zona e che poi aprisse la strada a ulteriori interventi magari di cementificazione. Una strategia graduale, insomma. Inoltre a far discutere era stata anche la decisione del governodi usare le procedure semplificate della Zes, la Zona Economica Speciale, pensata per velocizzare gli investimenti nel Mezzogiorno, per aggirare i vincoli paesaggistici.

Così è scattata una mobilitazione imponente. Wwf, Legambiente, Italia Nostra, comitati locali, migliaia di cittadini sardi hanno organizzato proteste, sit-in, manifestazioni, l’ultima delle quali nei parcheggi di Cala Finanza. Nel frattempo anche la Regione Sardegna, guidata da Alessandra Todde, aveva presentato ricorso al Tar.

A quel punto sono successe due cose. la prima è che il Consiglio comunale di Loiri Porto San Paolo ha ritirato la delibera locale che dava il primo via libera locale. E poco dopo, ieri, anche il governo ha ceduto: il Dipartimento per il Sud di Palazzo Chigi ha revocato l’autorizzazione. 

L’8 luglio ci sarà comunque la sentenza sul ricorso al Tar presentato dalla Regione, e poi ci sarà da osservare come si evolverà la revisione del Piano Paesaggistico regionale, che è proprio in questi mesi sotto la lente.

Un alto aspetto interessante è notare che attorno a questa storia si sono coagulate a occhio e croce quasi tutte le organizzazioni ambientaliste sarde, che invece su altre questioni, come ad esempio le rinnovabili, sono più divise. Insomma, una storiainteressante, da continuare a seguire.

In Europa esiste il Critical Raw Materials Act, la legge europea che punta a ridurre la dipendenza dalle importazioni di minerali critici come litio, cobalto, grafite, tutta quella roba che serve per batterie, pannelli solari, data center e anche sistemi di difesa.

Per emanciparsi dall’importazione di questi materiali, la Commissione ha selezionato 33 nuove miniere, o ampliamenti di miniere esistenti, dandogli lo status di “progetti strategici”. Significa che questi progetti avranno una corsia preferenziale nei permessi, tempi più rapidi, meno ostacoli burocratici.

Qual è il problema, direte voi? Il problema è che un’analisi di Watershed Investigations, condivisa in esclusiva con il Guardian, ha incrociato la mappa di questi progetti con i dati satellitari della NASA. E il risultato è che più della metà di queste 33 miniere sorge in zone che negli ultimi vent’anni si sono progressivamente desertificate. Quasi la metà è in aree che, negli ultimi tre mesi, hanno vissuto condizioni di siccità. E un quarto si trova in territori già ufficialmente classificati come “water-stressed”, cioè sotto stress idrico.

Più nel dettaglio, sei di queste miniere sono previste in zone di altissimo stress idrico in Spagna, altre in Portogallo e Grecia, ovvero tre Paesi nella top ten che soffrono più di siccità in Ue. La Catalogna, tanto per dirne una, nel 2024 ha dichiarato lo stato di emergenza per la sua peggiore siccità di sempre. In Portogallo, nel 2022, il 96% del territorio ha vissuto condizioni di siccità estrema o severa.

E l’attività per estrarre questi materiali non avviene a secco. Serve un sacco di acqua per lavorare il minerale grezzo, per abbattere le polveri, per gestire gli scarti, per drenare le miniere stesse. Anche i progetti più moderni, quelli con i sistemi di riciclo dell’acqua, ne consumano comunque tantissima. Quindi mettere una miniera ad alto consumo idrico proprio dove l’acqua scarseggia già oggi comporta parecchi rischi.

Ma non è finita qui, perché nel frattempo Bruxelles sta preparando anche una revisione della direttiva quadro sulle acque, che è la legge principale dell’Unione Europea a tutela di fiumi, falde e zone umide. L’obiettivo dichiarato è “rimuovere i colli di bottiglia nei permessi” per facilitare, appunto, l’accesso ai minerali critici. E dietro questa spinta c’è, secondo il Guardian, la pressione nemmeno troppo nascista di Euromines, l’associazione di categoria del settore minerario.

Le associazioni ambientaliste, come potete immaginare, sono sul piede di guerra. Ecologistas en Acción sta impugnando legalmente la decisione della Commissione di dare lo status strategico a tutte e sei le miniere spagnole, dicendo che i rischi per acqua, biodiversità e aree protette non sono stati valutati a dovere. E Sara Johansson, dell’European Environmental Bureau, dice una cosa interessante: che il settore minerario non ha portato — cito — “nemmeno uno straccio di prova” che la direttiva attuale stia davvero creando questi fantomatici colli di bottiglia.

Kaveh Madani, che dirige l’istituto delle Nazioni Unite per l’acqua, l’ambiente e la salute parla addirittura di una “roulette russa”: nel senso che queste estrazioni possono dare un vantaggio economico nel breve periodo, ma basta un solo incidente serio, nel posto sbagliato, per vanificare tutti i guadagni promessi, perché il danno a persone, fiumi, falde ed ecosistemi, quando arriva, spesso è permanente.

L’articolo è decisamente critico con la decisione europea. A me però una cosa mi piace di questa vicenda: la vicinanza geografica fra le nostre azioni e le loro conseguenze. Sappiamo che anche la transizione energetica, che è la cosa più urgente e importante che dobbiamo fare adesso come umanità probabilmente, ha le sue problematiche, e comporta una serie di impatti negativi sugli ecosistemi. 

Il fatto che una volta tanto questi impatti non avvengano nel sud globale ma avvengano vicino a noi può essere una leva per una consapevolezza maggiore del fatto che ogni cosa ha un impatto. Il che non vuol dire, allora lasciamo tutto com’è, ma magari ci può far capire che ad esempio oltre alla transizione, anche ragionare su una riduzione del consumo energetico è una cosa da fare.

In questi giorni si gioca Wimbledon, uno dei tornei di tennis più importanti al mondo, forse il più prestigioso al mondo, e molti giornali dedicano articoli e interviste a un personaggio che ha a che fare molto con questo torneo, anche se non tiene una racchetta in mano. 

Si chiama Neil Stubley ed è l’uomo che cura l’erba di Wimbledon, alcuni giornali lo definiscono il giardiniere più famoso al mondo. Nelle varie interviste racconta la sua filosofia e il suo lavoro certosino Dice che l’erba non deve essere né troppo stressata, né troppo felice, deve stare in un equilibrio molto specifico. 

C’è un livello quasi ossessivo dietro a un lavoro che necessita di una precisione assurda. L’erba di Wimbledon è circondata da luci LED per stimolare la fotosintesi d’inverno, droni che mappano lo stress idrico pianta per pianta, laser che misurano l’altezza dell’erba al millimetro, perché deve essere sempre di 8 millimetri esatti, non uno di più, non uno di meno. C’è pure un falco, si chiama Rufus, che sorvola i campi ogni mattina per tenere lontani i piccioni, perché i loro escrementi potrebbero creare un’imperfezione fatale sul prato e se scendono e si mettono a beccare sarebbe un dramma.

Stubley dice che il suo lavoro è riuscito bene quando, alla fine del torneo, nessuno ha parlato dell’erba. Nel senso che il successo, per lui, coincide con l’invisibilità totale. Stubley è un professionista incredibile, e il suo lavoro è affascinante nella sua meticolosità, ma ci ho letto anche un’ossessione per una geometria che è esattamente l’opposto di quello che l’essenza della natura. La natura viene tecnicamente perfezionata al punto da sparire dietro la sua funzione, che è quella di far rimbalzare bene una pallina da tennis.

Ieri su ICC abbiamo pubblicato una storia che parla sempre di giardinaggio, ma ne mostra un’angolatura completamente diversa. Saprete forse che ospitiamo una rubrica che si chiama Punto di rugiada in cui un giardiniere che si chiama Stefano Passerotti raccont ail suo punto di vista su come si cura un giardino, e non solo.

In questi giorni Passerotti si trova a Singapore, perché è sttao selezionato fra gli 8 giardinieri migliori al mondo, unico europeo, per presentare un giardino al concorso Singapore Garden Festival. Nell’articolo di ieri racconta il giardino che presenta al concorso.

Passerotti parte da una domanda opposta rispetto a Stubley: non dalla standardizzazione estrema, ma dal chiedersi che relazione voglio costruire tra questo spazio, le piante, e le persone che ci entreranno? Il suo progetto si chiama “Interiority of Nature” ed è costruito attorno a una simbologia di elementi — legno, fuoco, metallo, acqua, terra — legati alle stagioni, con un impianto fortemente filosofico. Passerotti parla della rugiada come del segno che la natura continua a lavorare anche quando noi non la stiamo guardando. Che è l’esatto contrario della logica di controllo assoluto di Wimbledon, dove ogni millimetro va sorvegliato, misurato, corretto.

Insomma, mi è sembrato interessante come la stessa disciplina, il giardinaggio, possa incarnare visioni del mondo così diverse.

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