Guerra e transizione ecologica sono incompatibili: come si fa la pace? – 14/7/2026
Un’analisi mette a confronto i costi economici ed ecologici di riarmo e transizione energetica; una legge di iniziativa popolare propone la difesa civile non armata; in Albania proseguono le proteste contro un progetto turistico sostenuto da Jared Kushner.
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Fonti
#GuerraEcologia
Ecquologia – Guerra: disastro climatico ed ecologico
#DifesaCivile
Ministero della Giustizia – Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta
#Albania
The Guardian – The Guardian view on the “flamingo revolution”: Albanians stand up for their rights as well as for nature
Trascrizione episodio
Negli ultimi anni, da quando la guerra è entrata nelle nostre notizie, nelle nostre menti ci siamo abituati a una sorta di altalena costante fra notizie di escalation e notizie distensive. Questo avviene dal febbraio 2022, ovvero da quando la Russia ha avviato l’invasione su larga scala dell’Ucraina. Intendiamoci, non che prima non ci fossero le guerre. C’erano, ma erano in luoghi del mondo che ci interessano meno, o addirittura che ci fa comodo – inconsciamente perlomeno – non conoscere troppo, perché il rischio sennò è accorgerci che alcune di quelle guerre dipendono più o meno direttamente da noi, o pelromeno sono funzionali al nostro benessere.
Vabbé, chiusa parentesi: dicevo che comunque abbiamo vissuto gli ultimi anni un po’ così e che ora dopo qualche settimana di distensione siamo di nuovo in una fase di escalation. In Iran il conflitto si è riacceso quando con l’Iran che ha attaccato navi commerciali nello Stretto di Hormuz, gli USA che hanno colpito oltre 170 obiettivi iraniani in due giorni e reimposto sanzioni petrolifere, l’Iran che a quel punto ha colpito basi USA in Kuwait, Bahrain e Giordania e Trump che ha dichiarato la tregua “finita”. Il cessate il fuoco è finito, formalmente la via diplomatica dei colloqui è ancora aperta, ma molto in salita.
Anche la Russia nelle ultime due settimane ha intensificato gli attacchi su Kyiv con ondate di missili balistici, da crociera e droni. Un grosso attacco del 2 luglio ha ucciso almeno 30 persone, uno dei più letali dall’inizio della guerra; un altro attacco il 6-7 luglio ha colpito ancora la capitale. L’Ucraina, a corto di missili anti-balistici, ha risposto intensificando attacchi a lungo raggio su raffinerie e infrastrutture energetiche russe.
Israele ha appena demolito altre 20mila case nel sud del Libano, mentre continua a concede permessi ai coloni di costruire abusivamente in Cisgiordania. Insomma, siamo di nuovo in fase di accelerazione.
Ovviamente nessuno di noi sa con esattezza dove condurrà questa folle corsa, ma ho trovato molto interessante un articolo di Pietro Cambi su equologia, che prova a inquadrare la guerra dal punto di vista dell’impatto ecologico diretto e indiretto per mostrare una serie di connessioni interessanti.
Ve lo leggo: “Comincio da un oggetto e da un numero. L’oggetto è un proiettile da 155 millimetri, modello M107, ghisa militare, standard NATO dal dopoguerra. Il numero è il suo costo di produzione: circa duemilacinquecento euro. Per duemilacinquecento euro: un colpo da 155. Lo sparate, vola qualche secondo, esplode, lascia un cratere. Fine.
Per gli stessi duemilacinquecento euro, oggi in Italia, si installano 2 kW di pannelli fotovoltaici. In Toscana producono cinquantamila kilowattora nei prossimi venticinque anni — il fabbisogno elettrico di una famiglia per quasi vent’anni. Venti tonnellate di CO₂ non emesse.
Ma il proiettile, quando esplode, non si esaurisce nel cratere. Lascia un’eredità chimica che dura decenni. Sette chili di TNT di cui una frazione non brucia mai. Metalli pesanti — piombo, antimonio, rame, zinco. PM2.5 che il vento porta a chilometri. Nitroaromatici cancerogeni — RDX, HMX, perclorati — che persistono nel suolo e si infiltrano nelle falde. Un tasso di munizioni inesplose che in combattimento supera il dieci per cento.
Studi sui poligoni NATO trovano contaminazione in tutti i siti misurati. Sul saliente di Ypres, un secolo dopo la Grande Guerra, i contadini ancora oggi raccolgono ferro e veleni insieme alle barbabietole. In Ucraina, milioni di ettari di terre nere — le più fertili d’Europa — sono già compromessi.
[…] Stessa cifra, duemilacinquecento euro, due esiti opposti. Eppure i primi li chiamiamo “investimenti per la difesa”, i secondi “costi della transizione”. Non è semantica: è un errore contabile. Un investimento produce valore nel tempo. Un costo lo distrugge. Il fotovoltaico è investimento. Il proiettile è costo. La contabilità nazionale li registra all’incontrario per ragioni storiche, non economiche”.
Poi ascoltate qua: “C’è di peggio. Quel proiettile, una volta prodotto, esiste. Va stoccato, sorvegliato, e a fine vita smaltito — operazione costosa e politicamente impopolare, in competizione di bilancio con i nuovi acquisti. La via meno onerosa è trasferirlo a un alleato in guerra: politicamente premiato, contabilmente gratuito, risolve la passività.
Una quota significativa dei colpi forniti dagli USA all’Ucraina nei primi due anni erano vicini al fine shelf life. You use them or you lose them. L’Ucraina, fra le altre cose, è stata il piazzale di demilitarizzazione degli arsenali NATO. Una munizione, dal momento in cui esiste, genera pressione strutturale al proprio impiego. Il colpo ha già fatto la guerra dal momento in cui esce dalla fonderia.
Applicate la stessa logica al sistema energetico. Ogni gasdotto, ogni terminale GNL, ogni centrale a carbone riaccesa — una volta che esistono, pretendono di essere ammortizzati. Diventano lobby di se stessi. Armi e fossili condividono la stessa grammatica: l’irreversibilità per sunk cost. Si tengono insieme strutturalmente, non per metafora”.
Salto alcuni passaggi: “Ma c’è un’avvertenza scomoda anche per il movimento ambientalista: la transizione, da sola, non risolve la conflittualità — la sposta. Rame, litio, cobalto, terre rare sono concentrati in pochissimi paesi. Una transizione che riproduce l’abbondanza per tutti sposta soltanto il fronte. Una transizione davvero pacifica deve accettare la sufficienza.
E vengo alla conclusione. Readiness 2030: ottocento miliardi di euro europei di spesa militare aggiuntiva. NATO 2025: obiettivo cinque per cento del PIL militare entro il 2035 — per l’Italia, decine di miliardi all’anno in più. La BEI stima che la transizione europea richieda investimenti aggiuntivi nell’ordine di centinaia di miliardi all’anno: cifra che manca cronicamente, e che coincide con l’ordine di grandezza dirottato adesso sul riarmo.
Non possiamo spenderli per entrambe le cose – conclude Pietro Cambi. La transizione è un’impresa cooperativa per natura: catene globali stabili, accordi sui materiali critici, infrastrutture transfrontaliere. La guerra impone l’opposto: autarchia, riarmo, frontiere chiuse. Direzioni perfettamente opposte. La scelta che l’Europa sta facendo, e che l’Italia sta facendo in silenzio, è quella sbagliata.
Pace climatica e pace fra Stati sono lo stesso problema. Entrambe minacciate dalla stessa grammatica: il proiettile e il gasdotto come due facce dello stesso lock-in. O rompiamo questa grammatica in entrambi i domini, oppure perdiamo entrambe le partite”.
Ora la questione è sicuramente complessa, e ogni volta che si prova a parlare di disarmo, di smettere di costruire e inviare armi, entrano in gioco una serie di questioni. Che non possono essere affrontate in maniera naive. Perché è vero che il mondo in questo istante è un luogo piuttosto incazzoso in cui trovarsi, e se uno vuole costruire la pace c’è bisogno di un pensiero strategico. Non basta dire deponiamo le armi, peace and love. Sennò il rischio è di girarsi dall’altra parte mentre i più forti divorano i più deboli, e in prospettiva di gettarsi in pasto a chi di armi ne ha in abbondanza.
Serve un piano. La cosa di più simile a un piano che ho trovato in questo momento è una legge di iniziativa popolare promossa dalla campagna “Un’altra difesa è possibile”, a sua volta coordinata da un’alleanza fra la Rete Italiana Pace e Disarmo, la CNESC (Conferenza Nazionale degli Enti di Servizio Civile) e Sbilanciamoci!
Vediamo in cosa consiste: la proposta introduce la difesa civile, non armata e nonviolenta come componente riconosciuta del sistema di difesa nazionale — non in sostituzione, ma accanto a quella militare (richiamandosi agli artt. 2, 11 e 52 della Costituzione).
Concretamente prevede un Dipartimento dedicato presso la Presidenza del Consiglio, che coordina e potenzia strumenti già esistenti come Servizio civile, Protezione civile e Corpi civili di pace.
Questi ultimi sono la cosa più interessante e nuova e potenzialmente da rafforzare di più. Sono dei corpi civili, che esistono già ma in forma perlopiù sperimentale, composti da giovani (18-28 anni) inseriti in progetti di Servizio Civile Universale dedicati specificamente ad azioni di pace non governative in aree di conflitto, a rischio di conflitto, o colpite da emergenze ambientali. Che offrono sostegno a processi di democratizzazione, mediazione e riconciliazione, aiutano la società civile locale nella risoluzione dei conflitti, monitorano il rispetto dei diritti umani e portano avanti progetti di cooperazione in aree di crisi.
Oltre a questo dipartimento che coordina la legge prevede un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, un Consiglio nazionale consultivo, un Fondo nazionale con dotazione pluriennale stabilita dalla legge di bilancio e la possibilità per i cittadini di destinare il 6 per mille dell’IRPEF al Fondo (sul modello dell’8×1000), senza costi aggiuntivi per chi sceglie.
Ora, sappiamo benissimo che le leggi di iniziativa popolare anche se raggiungono le 50mila firme finiscono in un cassetto 9 volte su 10 (a essere ottimisti). Il punto però che resta interessante secondo me è la possibilità si usare una legge del genere, se gira a sufficienza, per introdurre nel dibattito pubblico l’idea che si possa lavorare attivamente sul conflitto, senza rassegnarsi all’escalation.
Allo Stato attuale sono state raccolte circa 16mila firme. Ne servono 50.000 entro il 15 settembre 2026 per portare la proposta in Parlamento. Si può firmare online autenticandosi con SPID/CIE.
Da oltre un mese migliaia di persone protestano a Tirana contro il governo, nella più grande ondata di proteste in Albania dalla caduta del comunismo. Il Guardian gli ha dedicato un editoriale molto ben fatto. E ci sono parecchi aspetti interessanti in questa vicenda, che prende il nome di “rivoluzione dei fenicotteri”.
Ne abbiamo già parlato, ma sempre meglio ricapitolare. Tutto è partito da una battaglia ambientale per proteggere una riserva naturale che ospita oltre 2.500 specie, ed è diventato un movimento molto più ampio — soprannominato appunto “la rivoluzione dei fenicotteri” — che mette in discussione la direzione stessa del paese.
Al centro della rabbia c’è un mega-progetto turistico di lusso sostenuto da Jared Kushner e Ivanka Trump, che sono rispettivamente il genero palazzinaro e la figlia di Trump. Il loro progetto minaccia una delle ultime aree selvagge dell’Adriatico: la laguna di Zvërnec e la vicina isola di Sazan. Il governo ha sostenuto fin qui che gli accordi non siano ancora definitivi, ma alcuni video di ruspe sulle spiagge hanno scatenato le proteste di massa.
Il premier Edi Rama, al suo quarto mandato dopo aver vinto le elezioni lo scorso anno con un’affluenza di appena il 45%, è un abilissimo corteggiatore di capitali e investitori stranieri; sostiene che siano essenziali per far crescere uno dei paesi più poveri d’Europa.
Il progetto di Zvërnec, in effetti, è reso possibile da una modifica di legge del 2024 che permette costruzioni in aree protette purché si tratti di sviluppi a cinque stelle, il mercato del lusso. Per molti è la prova di come i cittadini comuni vengano sacrificati a vantaggio di pochi super-ricchi. Un manifestante anziano ha raccontato al Guardian che, a distanza di più di trent’anni dalla fine del comunismo, ospedali e scuole restano disastrosi, mancano lavoro e prospettive, e la gente continua ad emigrare.
Questo processo però, sta incontrando una opposizione massiccia e convinta di milioni di persone. Un movimento molto trasversale mette fortemente in discussione questa poltiica e, pur accogliendo favorevolmente gli investimenti, non accetta di “svendere” il proprio territorio, soprattutto quando i termini degli accordi restano opachi. Al punto che i manifestanti chiedono ora le dimissioni del primo ministro stesso.
Non solo. A ben vedere, racconta il Guardian, il malcontento riguarda sia il suo governo sia l’opposizione conservatrice guidata da Sali Berisha, ex presidente ed ex premier che in passato era stato bandito dagli Stati Uniti per accuse di corruzione.
L’editoriale accosta queste proteste a quelle di lungo corso in Serbia contro clientelismo e mancanza di trasparenza, e nota un fatto davvero interessante: in un paese storicamente segnato dall’emigrazione, molti giovani albanesi istruiti stiano tornando apposta in Albania per partecipare alle manifestazioni. Un sintomo di come questo risveglio stia attraendo nuove energie e forse stia agglomerando attorno a sé una nuova visione di futuro.
Anche l’Ue sembra dar man forte ai manifestanti. Alcuni eurodeputati hanno chiesto lo stop immediato ai cantieri nelle aree fragili, avvertendo che il progetto mette a rischio il percorso di adesione dell’Albania all’UE, che Rama ha promesso di completare entro il 2030. Ma secondo il Guardian, il primo ministro dovrebbe ascoltare prima di tutto i propri cittadini: non si tratta solo di proteggere un pezzo di natura preziosa, ma di provare a scommettere su una strada diversa da una crescita di breve termine che arricchisce pochi attraverso accordi poco trasparenti.
Fra l’altro è interessante notare le similitudini anche con quanto avvenuto a Cala Finanza in Sardegna. Forse abbiamo finalmente capito, socialmente, che l’idea che gli investimenti nel lusso portano ricchezza, e ci siamo accorti che la vera ricchezza è tutelare quella che abbiamo, la ricchezza di biodiversità. Non lo so eh, non ne sono sicuro, ma queste due storie, che arrivano da due contesti molto diversi, fanno ben sperare.
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