Un’India senza pesticidi? Due milioni di contadini hanno avviato una rivoluzione – 19/6/2026
In India quasi 2 milioni di contadini hanno abbandonato pesticidi e fertilizzanti; in Colombia le elezioni mettono a rischio le Zone di Riserva Contadina; la BBC annuncia il taglio di 550 posti di lavoro.
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Fonti
#IndiaAgricolturaNaturale
L’Indipendente – Dieci anni senza pesticidi: il modello indiano che sta cambiando l’agricoltura
#ColombiaElezioni
The Guardian – Armed groups, coca and deforestation: what’s at stake for Colombia’s Amazon in the election
Il Manifesto – Elezioni, la Colombia si ribalta: il primo turno va al “trumpiano”
#BBC
Reuters – BBC to cut 550 jobs in cost-saving drive
Trascrizione episodio
Nell’Andhra Pradesh, uno degli stati agricoli più grandi e popolosi dell’India, sta avvenendo una rivoluzione agricola silenziosa. Ne parla L’Indipendente.
Tutto inizia negli anni Dieci. Come molti stati indiani, l’economia dell’Andhra Pradesh è basata sull’agricoltura. In India ci sono circa 40 milioni di contadini, ma si stima che circa il 58% della popolazione che lavora dipenda direttamente o indirettamente dall’agricoltura. Sono centinaia di milioni di persone. L’Andhra Pradesh è tra i cinque stati agricoli principali del paese. Ma il contesto agricolo è sempre più instabile per via delle crisi economiche e dei crescenti eventi legati al cambiamento climatico. Tant’è che molti agricoltori finiscono per suicidarsi sommersi di debiti. In buona parte dell’India e anche nell’Andhra Pradesh.
Il meccanismo è sempre il solito: visto che sia i semi che i fertilizzanti che i pesticidi sono i mano a poche grandi aziende, i piccoli agricoltori ogni anno comprano a credito queste cose, e poi sperano che il raccolto vada bene per poterle pagare. Ma in tempi così incerti, non è raro che il rapporto vada male e che i contadini finiscano sommersi dai debiti e spesso si suicidano. Pensate che in alcuni anni particolarmente funesti, tipo il 2020, si sono superati i 10mila suicidi fra i contadini.
Nel 2016, proprio per rispondere a questa emergenza sociale, il governo locale dell’Andhra Pradesh ha avviato un programma molto ambizioso che mirava a convincere i piccoli agricoltori ad abbandonare completamente fertilizzanti e pesticidi sintetici, e tornare a pratiche agricole naturali. Quindi si abolivano i sussidi per i prodotti chimici, si disincentivava la chimica industriale e si puntava sul restituire la naturale fertilità al suolo, sulla diversificazione delle colture, sulle conoscenze tradizionali. Il tutto basato sulle ricerche di un agronomo indiano chiamato Subhash Palekar.
Ecco: dieci anni dopo, quel programma si chiama APCNF — Andhra Pradesh Community Managed Natural Farming — e ci hanno aderito, pensate, 1,8 milioni di agricoltori, in oltre 8.000 villaggi. Più di un quinto di tutti i contadini della regione. È uno dei più grandi esperimenti di agricoltura naturale mai tentati nella storia.
Come funziona, in pratica? Il programma si basa su due pilastri. Il primo sono i collettivi femminili. Nella regione esisteva già una rete consolidata di gruppi di auto-aiuto femminili di cui moltissime donne fanno parte. Questi gruppi sono una realtà molto radicata nell’India rurale: sono piccole associazioni di donne del villaggio che si riuniscono regolarmente, mettono in comune piccole somme di denaro, si danno microcredito a vicenda, e gestiscono insieme problemi pratici della comunità.
Quindi l’iniziativa si è appoggiata a questi gruppi per e li ha coinvolti – circa 100mila – nell’implementazione e nel monitoraggio del programma. Lavorare con queste istituzioni ben consolidate e fidate, che conoscono i contesti locali, facilita la diffusione delle pratiche agricole.
Dall’altro lato si sono affidati a una rete di oltre 10.000 contadini-formatori: agricoltori che hanno già fatto la transizione e che vanno dagli altri a spiegare come si fa.
Questo è il cuore del programma, il motore che ha permesso a questa inizativa di diffondersi capillarmente. Poi ci sono gli aspetti tecnici, la pacciamatura, ovvero la copertura permanente del suolo, la semina a secco prima del monsone e così via.
I risultati sono stati eccezionali. Il programma ha vinto il Food Planet Prize 2026, che è il più grande premio ambientale del mondo. La co-presidente della giuria ha detto che l’APCNF dimostra come un’agricoltura positiva per la natura possa essere applicata su scala regionale, migliorando i mezzi di sussistenza degli agricoltori, la loro resilienza e i risultati ambientali. Tutto questo insieme, non uno a scapito dell’altro.
Considerate che il modello si sta già espandendo: già oggi viene replicato in altri 22 stati indiani, e ha raggiunto anche Sri Lanka e Zambia. Con i soldi del premio, 1,5 milioni di dollari, il programma potrà formare una nuova generazione di quelli che chiamano “contadini-scienziati”, ovvero agricoltori formati per progettare e documentare i propri esperimenti sul campo. L’idea è che il sapere non venga dall’alto o dall’esterno, ma si generi dentro le comunità stesse.
Insomma è una notizia interessantissima. Qui stiamo parlando di 1,8 milioni di persone, in uno degli stati più poveri e densamente popolati dell’India. È una scala diversa da praticamente ogni esperimento tentato prima. E pensate a quali effetti a catena potrebbe produrre. Non solo meno suicidi, ma meno pesticidi significano anche meno inquinamento, meno emissioni, più biodiversità, significa milioni di famiglie che mangiano cibo più sano e variato, si ammalano meno, gravano meno sulle casse dello stato. Sono meno stressate e più felici. Mica male.
Negli anni Novanta molte persone andavano a Guaviare, nel cuore della Colombia amazzonica. Guaviare è un posto dimenticato da Dio, difficilissimo da raggiungere. Ma ci andavano in tanti proprio per questo. Era la mecca per chi voleva ricavarsi un pezzo di terra e mettersi a coltivare coca. Pablo Peña è uno di loro: è arrivato lì nel 1994, ha comprato il suo primo appezzamento di foresta, senza nessun titolo di proprietà, pagandolo successivamente con un chilo di pasta di coca.
Oggi, trent’anni dopo, Pablo Peña si occupa di conservazione ambientale. Ed è una delle persone che potrebbe perdere tutto il 21 giugno, quando la Colombia andrà al ballottaggio.
A raccontare questa storia è Natalia Torres Garzon sul Guardian, che spiega bene qual è la posta in gioco delle prossime elezioni colombiane.
Facciamo un passo indietro. Il presidente colombiano uscente, Gustavo Petro, negli ultimi anni, ha costruito qualcosa di molto concreto nell’Amazzonia colombiana: le Zone di Riserva Contadina. Un meccanismo non così distante da quello indiano, anche se con obiettivi e un contesto diverso.
In Colombia i problemi da risolvere erano la concentrazione della terra e i rapporti con i gruppi armati. In Colombia l’80% dei terreni agricoli è nelle mani dell’1% dei proprietari e Questa concentrazione avviene anche perché i confini agricoli in colombia sono spesso informali nelle aree rurali, come quelli di Pablo Pena. E quindi vige la legge del più forte. I narcotrafficanti e i paramilitari comprano o rubano terra come forma di riciclaggio e di potere territoriale, sfollando i piccoli contadini. È avvenuto così lo sfollamento di oltre otto milioni di persone, per lo più contadini, dalle zone rurali, spesso con l’uso della violenza.
Le ZRC introdotte da Petro servivano proprio a invertire questa tendenza: dare ai piccoli agricoltori un riconoscimento legale del territorio che occupano, sottraendolo alla logica dell’accaparramento da parte dei grandi proprietari terrieri o delle milizie armate.
Non solo: servivano anche a reintrodurre lo Stato in zone in cui non arrivava, e dove le FARC si erano insediate come potere di fatto. Altri obiettivi erano quelli di ridurre la deforestazione (perché senza titoli di proprietà i contadini tendono ad espandersi nella foresta per “reclamare” nuova terra), e sviluppare economie sostenibili alternative alla coca.
Ecco come la descrive l’articolo del Guardian, e vi traduco direttamente:
“Le ZRC sono essenzialmente un meccanismo per portare gli agricoltori dentro il quadro istituzionale e allontanarli dal controllo territoriale dei gruppi armati, ma hanno avuto anche un impatto positivo sull’ambiente quando sono state accompagnate da investimenti nello sviluppo sostenibile.”
Petro ha creato venti di queste zone nelle ultime quattro anni. Quella che include la fattoria di Pablo Peña si chiama la “Guardiana del Chiribiquete”, è un’area gigantesca di 183.000 ettari, più o meno come una provincia media, in Italia, e coinvolge 4.430 persone.
All’interno di questa zona, quasi la metà della foresta originaria è rimasta intatta. La gente pianta alberi autoctoni, coltiva cacao, copoazú, avocado. C’è chi ha preso un campo di coca e l’ha trasformato in una fattoria biologica. Ci sono tante di queste storie.
Il problema è che siamo alla fine del mandato di Petro. E il 21 giugno si sfidano due candidati che non potrebbero essere più diversi: Iván Cepeda, di sinistra, che vuole continuare su questa strada, e Abelardo de la Espriella, un candidato di estrema destra che ha vinto il primo turno.
Vi leggo come descrive la differenza fra i due candidati Simone Scaffidi sul manifesto: “Da una parte la prosecuzione del progetto progressista del Pacto Histórico, basato sulle riforme sociali, sulle politiche di pace e sull’espansione dei diritti. Dall’altra l’ascesa di un leader vicino alla galassia Maga, sostenitore di politiche di guerra e securitarie, favorevole all’espansione delle attività estrattive a costo della distruzione dell’ambiente e apertamente ostile alle rivendicazioni delle minoranze e delle dissidenze”. Scusate, non mi sento molto imparziale in casi come questo, ma faccio fatica a restarlo di fronte a visioni del mondo così distanti.
Tornando sul Guardian: “De la Espriella è favorevole al fracking e intende espanderne l’uso, il che fa temere per l’impatto sull’ambiente e sulle comunità locali. Ha anche esortato la Colombia a ritirarsi dall’ONU, il che potrebbe influire sugli investimenti internazionali nelle iniziative rurali e di pace.”
In pratica, molti dei programmi che hanno permesso alle comunità del Guaviare di piantare vivai, ripristinare i corsi d’acqua, formarsi, sono stati finanziati da organizzazioni internazionali come il WWF o da programmi ONU. Uscire dall’ONU significa tagliare quei fondi. E un modello estrattivista — petrolio, allevamento intensivo, agroindustria — significherebbe di fatto spingere le famiglie fuori dalle loro terre. Vediamo che succede questo fine settimana. Io incrocerò le dita.
La BBC, la British Broadcasting Corporation, esiste dal 1927. Quasi cent’anni di storia, di giornalismo, di documentari, di cultura. È il modello su cui si sono ispirati praticamente tutti i servizi pubblici radiotelevisivi europei, compresa la nostra RAI.
Ebbene, due giorni fa la BBC ha annunciato che taglierà 550 posti di lavoro, tra cui nella divisione news e in quella dei contenuti. È la prima tranche di un piano di risparmio da 500 milioni di sterline in tre anni. Alla fine dei conti, i posti di lavoro che andranno persi saranno tra 1.800 e 2.000.
Il nuovo direttore generale, Matt Brittin — ex dirigente di Google, nominato a marzo — ha detto che la BBC si trova di fronte a un momento di “rischio reale” di fallimento. La rete si finanzia principalmente attraverso un canone televisivo, simile a quello italiano. Un sistema che funzionava benissimo quando la televisione era l’unico modo per vedere i contenuti. Solo che adesso il mondo è cambiato e la tv non la guardano tuti, anzi molti non ce l’hanno proprio. Quindi non pagano il canone. E quindi le entrate della BBC calano, mentre i costi rimangono.
Sul tavolo ci sono tre opzioni: tenere il canone così com’è, trasformarsi in un servizio in abbonamento tipo Netflix, oppure raccogliere pubblicità. Tutte e tre hanno dei problemi enormi. Il canone è impopolare. L’abbonamento escluderebbe i più poveri. La pubblicità metterebbe a rischio l’indipendenza editoriale, che è una delle basi del modello BBC, che nonostante sia una public corporation è storicamente molto indipendente dai vari governi.
Fra l’altro l’impatto della rete va ben oltre il regno Unito. La World Service, il servizio internazionale che trasmette in quarantadue lingue, raggiunge 450 milioni di persone a settimana nel mondo, ed è una delle poche fonti di informazione indipendente in paesi dove la stampa libera non esiste.
La crisi della BBC è anche un po’ la crisi del servizio pubblico nell’era digitale. Il modello novecentesco del servizio pubblico finanziato dalla collettività fa fatica a sopravvivere in un ecosistema mediatico frantumato in mille piattaforme. Ma è anche il problema ancora più generale dell’informazione indipendente, in un mondo in cui non così tante persone sono disposte a riconoscergli un valore, quindi un prezzo.
Vabbè, io in chiusura te lo devo dire a questo punto. Se non sei ancora abbonato/a a ICC ma pensi che il lavoro che facciamo abbia un valore, per favore fallo adesso.
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