La fine del “Mostro”. Come mai l’Ilva di Taranto dovrà chiudere e cosa succede – 14/9/2026
La Corte d’Appello di Milano conferma la chiusura dell’Ilva entro il 28 ottobre; raggiunte le 50mila firme per la legge sulla difesa civile non armata e nonviolenta; Cristiano Bottone su democrazia e voto di maggioranza; aggiornamento dal Medio Oriente.
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Fonti
#Ilva
Italia che Cambia – Ilva addio! La Corte d’Appello conferma la chiusura a fine ottobre: è la fine di un’era
Giornale di Taranto – Ex Ilva, PeaceLink: vittoria storica dei cittadini di Taranto, la salute dei cittadini prevale sugli interessi dell’impresa
Il Post – Come si spegne un altoforno
#DifesaCivile
Ministero della Giustizia – Difesa civile, non armata e nonviolenta
Movimento Nonviolento – “Un’altra difesa è possibile”: ancora 7 giorni per firmare la legge sulla difesa nonviolenta, obiettivo già al 70%
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università – Altre posizioni critiche a proposito della PdL per una Difesa civile non armata e nonviolenta
#Democrazia
Italia che Cambia – La democrazia, oltre il voto. Come si fa a cambiare la governance?
#MedioOriente
Giornale di Sicilia – L’attacco del 7 ottobre, il leader degli Emirati avvertì Netanyahu: sapeva e ha ignorato tutto
Sky TG24 – NAZA, la recensione del potente documentario su Gaza alla Mostra del Cinema di Venezia
Il Post – Gli Houthi continuano ad avanzare intorno allo stretto di Bab el Mandeb
#MedioOriente
Giornale di Sicilia – L’attacco del 7 ottobre, il leader degli Emirati avvertì Netanyahu: sapeva e ha ignorato tutto
Sky TG24 – NAZA, la recensione del potente documentario su Gaza alla Mostra del Cinema di Venezia
Il Post – Gli Houthi continuano ad avanzare intorno allo stretto di Bab el Mandeb
Italia che Cambia – Il prezzo della testimonianza in Iran: una madre condannata a morte senza prove
Trascrizione episodio
Venerdì è stata una giornata storica per Taranto, per il nostro paese, per le lotte anti inquinamento e per la salute pubblica. Che come giornata storica si è portata con sé una serie di conseguenze e contraddizioni, perché la storia non è mai bianca o nera, ma è fatta di tante sfumature di tanti punti di vista e di tante storie, vite che vengono coinvolte in tanti modi diversi.
L’Ilva dovrà, nei fatti, chiudere entro il 28 ottobre prossimo. Non vi sto a ripercorrere tutta la vicenda giuridica, che è parecchio intricata, fatta di ricorsi, denunce. In più considerate che ci sono almeno tre filoni di procedimenti che ruotano attorno all’Ilva: quello penale, il processo ambiente svenduto che era giunto alla condanna della vecchia proprietà, i Riva, e di tutta una serie di persone collegate, ma che p stato annullato per un vizio procedurale; quello comunitario, legato a una procedura d’infrazione europea sulle emissioni industriali non a norma, e infine quello civile, quello più dal basso, portato avanti dai cittadini, ed è interessante che sia stata questa alla fine che ha portato alla chiusura dell’impianto.
Si tratta di un’azione inibitoria civile presentata da 11 cittadini di Taranto — dieci adulti e un bambino — sostenuti dalla Regione Puglia e da associazioni ambientaliste e civiche, tra cui il Codacons e l’associazione dei Genitori Tarantini, che chiedevano lo stop dell’area a caldo per tutelare la salute pubblica. La sentenza è arrivata comunque dopo 20 anni di mobilitazioni civiche.
Già a luglio la Corte d’appello di Milano aveva accolto un ricorso presentato dai genitori tarantini che avevano documentato la presenza di circa duemila tonnellate di amianto negli altiforni, oltre al mancato rispetto dei limiti sulle polveri sottili. In quell’occasione la Corte aveva anche sottolineato la maggiore incidenza di mortalità e ricoveri nelle zone più vicine allo stabilimento. E aveva stabilito la chiusura degli impianti a caldo entro il 28 ottobre.
A quel punto Acciaierie d’Italia, ovvero la proprietà dell’Ilva, aveva presentato ricorso sperando di ottenere una proroga. Ma la Corte d’appello ha respinto il ricorso e confermato la sentenza di spegnimento, sottolinenando anche come “la situazione di crisi odierna non possa essere considerata un evento improvviso, ma piuttosto un evento prevedibile su cui la responsabilità imprenditoriale avrebbe dovuto misurarsi nel corso degli anni”.
Ora, la sentenza non è che imponga una chiusura definitiva. Impone di fare le bonifiche necessarie per mettere in sicurezza gli altiforni. Ma allora perché i giornali parlano di chiusura? Perché nei fatti questa cosa equivale a una chiusura definitiva. Innanzitutto, gli altiforni che devono essere fermati sono quelli in cui si fabbrica l’acciaio, in cui il minerale di ferro viene trasformato in acciaio grezzo: senza quella fase, tutte le altre lavorazioni (laminazione, finitura eccetera) restano a secco, perché non hanno più materia prima da lavorare.
E il fatto è che gli altiforni funzionano con un processo continuo, ad altissima temperatura, che non si può “mettere in stand-by”. Spegnerli è una procedura delicatissima, e spegnerli completamente può equivalere a mandarli in malora perché il materiale refrattario all’interno si raffredda e si danneggia in modo irreversibile.
Quindi andrebbero praticamente rifatti da zero. E nel frattempo che fai con le migliaia di lavoratori, circa diecimila, che gravitano direttamente o indirettamente intorno all’Ilva? Fra l’altro parliamo di un’azienda che era già in crisi, era stata nazionalizzata dopo l’uscita del gruppo indiano Arcelor Mittal, lo stato stava cercando di rivenderla. Ma adesso a chi la rivendi?
Insomma, tutti questi fattori presi assieme fanno si che sia piuttosto probabile che questa sentenza diventi la pietra tombale sulla storia dell’acciaieria tarantina, nonché dell’impianto industriale più inquinante e controverso d’Italia.
Certo, non è una vittoria a costo zero. Ci vedo almeno due criticità: la prima è la più ovvia, sono i lavoratori che perdono il lavoro. il Fatto Quotidiano stimava circa diecimila lavoratori a rischio, per alcuni sono già state avviate procedure di licenziamento. Un lavoro, va detto, che spesso andava a discapito della salute. Però è comunque un problema che va gestito, non è giusto che anni e anni di cattiva gestione ricadano sull’ultimo anello della catena ovvero lavoratori e lavoratrici.
L’altro problema è la produzione di acciaio. Anche se è un problema in prospettiva minore. Nel senso che l’acciaio, con cui si fanno un sacco di cose, è uno dei materiali fondamentali per la nostra società, dalle scatolette, all’edilizia, all0’automotive, in teoria è riciclabile all’infinito. Non è come la plastica o altri materiali per cui non ha senso il riciclo. Per cui in futuro è probabile che servirà meno acciaio vergine, quindi meno acciaierie. E avrebbe senso che quelle poche acciaierie non fuznionassero come l’Ilva e non fossero fatte in zone densamente abitate come Taranto.
Magari un’acciaieria con altoforni elettrici, che in un territorio meno densamente popolato, con venti favorevoli, magari vicino a fonti di energia rinnovabile abbondante, avrebbe un impatto sanitario molto minore.
Voglio concludere con le parole scritte per l’occasione da Alessandro Marescotti, un attivista storico, fondatore di Peacelink, nonché di fatto la prima persona che è riuscita a provare dati alla mano l’impatto devastante dell’Ilva, quando sollevò nel 2005 lo scandalo diossina: “Questa decisione è una vittoria storica dei cittadini di Taranto. La Corte d’Appello di Milano ha sancito un principio fondamentale: il diritto alla vita e alla salute non è negoziabile di fronte a interessi economici, per quanto ingenti. Dopo oltre venti anni mobilitazioni civiche supportate da drammatici dati epidemiologici e ambientali, la giustizia riconosce ciò che la scienza ha sempre certificato: l’area a caldo dell’Ilva è incompatibile con la salute della comunità tarantina e con la tutela dell’ambiente”.
Poi passa ai ringraziamenti: “PeaceLink rivolge un ringraziamento sentito all’associazione Genitori Tarantinie agli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, che hanno portato avanti con tenacia l’azione inibitoria. La loro determinazione ha reso possibile ciò che fino a pochi anni fa sembrava impensabile. A loro va la nostra gratitudine”.
“PeaceLink ribadisce ora la necessità di avviare un percorso di riconversione economica dell’area industriale di Taranto, che metta al centro la bonifica dei suoli, la tutela dei lavoratori e lo sviluppo di attività sostenibili. La chiusura dell’area a caldo non è un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase. Occorre garantire ai lavoratori un futuro dignitoso, lontano da processi produttivi che hanno causato sofferenza e morte. La salute viene prima, oggi e sempre”.
E conclude con una nota dolceamara, un ricordo delle vittime dell’Ilva: “Infine ricordiamo tutti gli attivisti che si sono battuti con coraggio e che oggi non ci sono più, uccisi dall’inquinamento. Loro non hanno potuto giungere alla meta, ma sono qui con noi, nel nostro cuore, nella nostra memoria. Un solo nome vogliamo citare: quello di Emilia Albano. Splendido esempio di dedizione, di creatività e di sorridente impegno, riferimento per tutti noi e instancabile animatrice dell’associazione Genitori Tarantini, stroncata da un tumore prima di poter vedere la vittoria.”
Sta per scadere il termine della raccolta firme per una legge d’iniziativa popolare sulla difesa civile non armata e nonviolenta. Il termine è il 18 settembre e siamo in realtà abbastanza vicini al quorum, sufficientemente vicini da poter immaginare che sia raggiunto, a patto di un grande sforzo finale. Sono state raccolte poco più di 44mila firme su 50mila.
Si tratta di una campagna chiamata “Un’altra difesa è possibile”, promossa da reti pacifiste, associazioni nonviolente e realtà del terzo settore, tipo la Rete Italiana Pace e Disarmo, la campagna Sbilanciamoci e la Conferenza Nazionale Enti per il Servizio Civile. L’idea di base è promuovere un modello di sicurezza fondato sulla prevenzione dei conflitti, sulla mediazione e sulla difesa civile.
La campagna, così come la proposta di legge, chiede una legge di iniziativa popolare per istituire, presso Palazzo Chigi, un Dipartimento della Difesa Civile, Non Armata e Nonviolenta, una struttura di difesa alternativa (non sostitutiva) a quella militare, che coordini Servizio Civile, Protezione Civile, Vigili del Fuoco e i Corpi Civili di Pace e che lavori soprattutto sulla prevenzione dei conflitti, attraverso la mediazione e l’educazione alla pace.
La campagna vuole dare attuazione concreta agli articoli 11 e 52 della Costituzione — il ripudio della guerra e la difesa della patria — che finora sono stati interpretati quasi solo in chiave militare, nonostante una sentenza della Corte Costituzionale del 1985 ne avesse già riconosciuto la piena legittimità nella forma civile. Sarebbe finanziata dai cittadini tramite un’opzione fiscale nella dichiarazione dei redditi, sul modello dell’8×1000.
Il tema sta sollevando un certo dibattito anche nel mondo del pacifismo e del terzo settore, un dibattito costruttivo e interessante. Se volete approfondire vi metto fra le fonti qualche articolo anche critico, in cui si sostiene che la legge abbia alcune lacune.
Al netto delle critiche, e al netto del fatto che sappiamo che le proposte di legge d’iniziativa popolare in genere riposano nei cassetti, e se le impilassimo tutte quelle rimaste nei cassetti arriveremmo probabilmente sulla luna, penso che firmare sia un’azione che non costa niente e comunque nella peggiore delle ipotesi manda un messaggio politico. Fosse anche a una fazione politica, che sa che c’è una parte del suo elettorato che vuole questa roba qua.
Saprete che settembre è il mese della democrazia su ICC. E sabato è uscito un nuovo contenuto sul tema, anzi, un contento che fa un po’ da cornice al tema. Nella nuova puntata di INMR+ ho intervistato Cristiano Bottone, fondatore di Transition Italia, grandissimo sperimentatore di tutto ciò che riguarda la trasformazione sociale in ottica sostenibile nonché colui che mi ha instillato l’idea che ci fossero dei problemucci nel sistema democratico attuale.
Se il tema vi intreressa, questa puntata è obbligatoria. Non transigo. E se per caso, guai a voi, non siete ancora abbonati a ICC, correte immediatamente a farlo. Via sù, stoppate un attimo il video, sono 50 euro per tutto l’anno, 4 euro al mese, poco più di 10 centesimi al giorno.
Va be, spero che vi siate abbonati, io intanto ve ne faccio ascoltare un estratto:
Contributo disponibile nel podcast
Chiudiamo con un breve aggiornamento dal medio oriente. Sono tutte notizie che approfondiremo ulteriormente nei prossimi giorni ma per adesso lasciate che ve le proponga in breve.
Giovedì il quotidiano israeliuano Haaretz ha rivela che Netanyahu presumibilmente sapeva del 7 ottobre. Secondo l’inchiesta, l’emiro di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed lo avrebbe avvertito personalmente, circa dieci giorni prima dell’attacco, che Hamas stava preparando qualcosa di enorme, ma Netanyahu avrebbe risposto con freddezza, dicendo che la situazione era sotto controllo. Una notizia che getta diverse ombre sulla gestione del 7 ottobre da parte del governo israeliano e che potrebbe avere ripercussioni sulle elezioni israeliane del 27 ottobre.
Intanto al festival di Venezia NAZA — il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, gli stessi del premio oscar No Other Land, premio Oscar — ha ricevuto una standing ovation da record, di oltre 24 minuti. Racconta, attraverso testimonianze di 24 tra soldati e ufficiali israeliani, il sistema di sorveglianza e intelligenza artificiale usato per le uccisioni di massa a Gaza. L’esercito israeliano ha reagito duramente, contestando la credibilità delle fonti; gli autori rispondono che il fact-checking è stato rigorosissimo, curato in gran parte dal Guardian.
Sul fronte bellico, la notizia principale di questi giorni è che gli Houthi, la milizia yemenita alleata con l’Iran, avanzano rapidissimi lungo la costa occidentale — hanno preso Mocha e l’isola strategica di Perim, conquistando di fatto il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb, uno dei corridoi più importanti al mondo per il petrolio, specie ora che Hormuz resta bloccato. Dicono che la navigazione resterà libera per tutti tranne che per l’Arabia Saudita, che è colpevole di sostenere il governo yemenita e finanziare la repressione degli houthi stessi.
Segnalo anche che oggi pubblichiamo un nuovo articolo di Erfan Efatinasab sulle attiviste iraniane arrestate dal regime dopo le proteste. Lo trovate fra le fonti.
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