La rivoluzione solare in Africa che parte dal basso – 17/7/2027
In Africa le importazioni di pannelli solari crescono del 50% in un anno; la Camera approva la legge elettorale; approvata all’unanimità la legge per allontanare minori e donne dalle famiglie mafiose.
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Fonti
#RivoluzioneSolareAfrica
Italia che Cambia – La rivoluzione solare in Africa che nessuno ha visto arrivare
Just Have A Think – How an African energy revolution could save ALL of us
#LeggeElettorale
Il Post – La Camera dei deputati ha approvato la nuova legge elettorale, che ora passa al Senato
Lista Civica Italiana – Comunicato stampa: la società civile si mette in rete per superare il dilemma del Rosatellum e del Melonellum
Italia che Cambia – Evolvere la democrazia
#LiberiDiScegliere
Il Post – Ora c’è una legge per dare alternative a chi cresce in famiglie mafiose
#Entangled
Entangled – Il blocco dello stretto di Hormuz, l’urea e le rivoluzioni del futuro
Trascrizione episodio
C’è una sorta di rivoluzione energetica che sta avvenendo in Africa, senza che nessuno o quasi se ne sia accorto. Ne abbiamo parlato su ICC in una news, ma credo che meriti un’ulteriore attenzione. Personalmente ho scoperto questa notizia grazie al canale YT Just Have a Think, sempre sul pezzo per quanto riguarda le notizie su clima ed energia e solo facendo diverse ricerche ho trovato del materiale. La cosa in sé però è interessantissima.
In pratica, secondo un’analisi del think tank energetico Ember, basata sui dati doganali cinesi, le importazioni di pannelli solari verso il continente africano nel 2025 sono cresciute del 50% rispetto all’anno precedente. È un aumento veramente gigantesco, che segnala un superamento di qualche punto critico.
Fra l’altro, nello stesso anno, per la prima volta, le fonti rinnovabili avrebbero superato il carbone nel mix elettrico africano: quest’ultimo è passato dal 45% al 24%, mentre le rinnovabili sono salite al 26%.
A colpire non è solo la scala del fenomeno, ma la sua distribuzione: la crescita non riguarda più solo il Sudafrica, che storicamente ha rappresentato la metà delle importazioni del continente, ma si è allargata a macchia d’olio. Venti paesi hanno stabilito nuovi record di importazione nei dodici mesi considerati, e 25 hanno superato la soglia dei 100 megawatt, contro i 15 del periodo precedente. La Nigeria ha superato l’Egitto diventando il secondo importatore del continente con 1.721 megawatt, mentre l’Algeria è balzata al terzo posto con una crescita di 33 volte rispetto all’anno prima.
Sono numeri talmente giganteschi che sono quasi strani da spiegare. Tuttavia la spiegazione sembrerebbe in realtà abbastanza semplice. Non c’è una rivoluzione o un’illuminazione politica dietro, ma una banale logica economica.
Che se ci pensate è pure meglio, perché un cambio di rotta politico puù essere invertito o cancellato molto più difficilmente rispetto a quando è il driver economico a guidare il cambiamento. Comunque, il fatto è che i pannelli fotovoltaici sono diventati molto più economici del diesel. In Nigeria un pannello solare cinese da 420 watt costa circa 60 dollari e produce mediamente 550 chilowattora l’anno; la stessa cifra spesa in diesel garantisce circa 275 chilowattora. Significa che un pannello nuovo si ripaga quindi in circa sei mesi, per poi fornire energia sostanzialmente gratuita per i vent’anni successivi. Capite che è un discreto vantaggio no?
L’impatto potenziale è enorme, anche se resta in gran parte da verificare sul campo. Ember stima che, ad esempio, se tutti i pannelli importati in Sierra Leone nell’ultimo anno venissero effettivamente installati, potrebbero generare elettricità pari al 61% della produzione totale registrata nel 2023; in Ciad il dato salirebbe al 49%.
In altri cinque paesi, Liberia, Somalia, Eritrea, Togo e Benin, l’aumento potenziale supererebbe il 10% della produzione 2023. Lo stesso think tank ammette però che mancano ancora dati definitivi su quanti pannelli siano stati realmente installati rispetto a quelli semplicemente importati: la fotografia è quella di un fenomeno enorme ma ancora poco monitorato.
Inoltre ci sono anche delle potenziali criticità. Tutta questa nuova capacità solare, infatti – ed è anche la parte bella – spesso è installata da privati o piccole comunità. Questo significa però che cresce al di fuori di una pianificazione nazionale coordinata, e questo apre tanti interrogativi sulla tenuta della rete elettrica.
Ad ogni modo, se queste cifre venissero anche solo parzialmente confermate, e mettiamoci dentro che anche le batterie di accumulo stanno diventando sempre più economiche, ecco sarebbe una cosa interessantissima e mostrerebbe anche che forse abbiamo anche scongiurato quello scenario nefasto di cui si parla da anni: quello per cui l’Africa, per svilupparsi, sarebbe stata “costretta” a passare comunque dal gas come combustibile-ponte verso le rinnovabili, lo stesso argomento che multinazionali e governi produttori di gas hanno usato spesso per giustificare nuovi investimenti fossili nel continente, presentandoli come “necessari” alla transizione. Vedremo.
Ieri è stata approvata dalla Camera la legge elettorale, ma dopo una serie di colpi di scena che ha senso raccontare.
Intanto provo a dirvi di che si tratta. Come ogni maggioranza che si rispetti, anche la maggioranza di centrodestra ha scritto una nuova legge elettorale, che le opposizioni hanno ribattezzato “Melonellum”.
La storia di dare suffissi latini risale a parecchi anni fa, al 1993 quando il politologo Giovanni Sartori, in un editoriale del Corriere della Sera, scrisse ironicamente, riferendosi alla legge elettorale proposta da Sergio Mattarella, ai tempi deputato DC, Habemus Mattarellum.
Poi venne il porcellum, che sempre Sartori coniò riferito alla successiva riforma elettorale, proposta dal leghista Calderoli, che aveva definito la sua stessa legge una porcata. E poi da lì è diventata la prassi, praticamente: Italicum, Rosatellum, Consultellum, ora Melonellum.
Cosa prevede questa legge? Sapete che le leggi elettorali si dividono in due grandi famiglie: proporzionali o maggioritarie. Quelle proporzionali tendono a favorire la rappresentatività, quindi i seggi sono distruibuiti in proporzione ai voti presi dai vari partiti. Quelle maggioritarie tendono a favorire la governabilità, quindi in genere ci sono dei collegi uninominali in cui è diviso il territorio e chi vince in quel territorio vince il seggio, punto.
In Italia attualmente c’è un sistema misto, con poco più di un terzo dei seggi assegnati con collegi uninominali maggioritari e i restanti con il proporzionale.
La riforma cancella i collegi uninominali, quindi reintroduce un sistema puramente proporzionale. Ma aumenta di molto il premio di maggioranza, che diventa enorme. Se una coalizione supera il 42% dei voti sia alla Camera che al Senato ottiene 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato, fino a un tetto del 55% dell’aula. Il premio però – questa è un’altra novità – scatta solo se la stessa coalizione risulta prima sia alla Camera sia al Senato, altrimenti i seggi vengono distribuiti in modo puramente proporzionale.
Questo enorme scarto tra i voti presi e i seggi ottenuti ha sollevato parecchi dubbi di incostituzionalità, e le opposizioni hanno richiamato la sentenza con cui la Corte Costituzionale bocciò il Porcellum nel 2014.
Comunque, martedì si votavano gli emendamenti in Aula ed è successa una cosa nuova per questa maggioranza. È andata sotto, come si dice in gergo. Significa che un emendamento alla legge presentato dalla stessa maggioranza è stato bocciato.
In pratica Fratelli d’Italia aveva presentato un emendamento per reintrodurre le preferenze. Perché fra le altre cose il ddl prevede liste completamente bloccate. Significa che l’elettore vota per un partito o una coalizione, ma non può scegliere quale persona votare, tra i candidati di quella lista. Perché sono i partiti a scegliere l’ordine con cui vengono eletti i candidati.
Era un punto su cui la maggioranza era abbastanza disunita, con FdI più favorevole alle preferenze (anche per presistere agli attacchi di Vannacci) e Lega e FI che invece preferivano le liste bloccate.
Ora, qui va fatto un attimo un discorso, perché quando si parla di legge elettorale, preferire questo o quello ha un significato preciso: ogni partito preferisce la modifica che lo avvantaggia di più. Ogni partito prova a consolidare la sua posizione di forza o a difendere il suo feudo cambiando pezzettini di legge. Non si parla di ideali o di massimi sistemi ma appunto di battaglie di trincea.
Fatto sta che alla fine Meloni sembrava aver convinto gli alleati, che alla fine facendo due conti avevano visto che la questione delle liste bloccate non avrebbe inciso troppo sulla scelta dei candidati (anche perché la modifica voluta da Meloni lasciava comunque un capolista bloccato, e quindi su partiti che hanno pochi voti non cambiava molto). Comunque Meloni ci aveva messo la faccia, aveva chiesto addirittura il voto palese invece di quello segreto, per “smascherare” chi diceva di voler le preferenze ma poi avrebbe votato contro di nascosto.
Invece, le opposizioni hanno chiesto il voto segreto, le leggi elettorali sono fra quelle norme per cui si può chiedere il voto segreto, e l’emendamento è stato bocciato per un solo voto. Significa che qualcosa come una trentina di franchi tiratori dentro la stessa maggioranza — quindi deputati di Fratelli d’Italia, Lega o Forza Italia — hanno votato contro.
È la prima volta che succede a questo governo ed è una cosa grossa, soprattutto perché Meloni lo aveva trasformato in una sorta di provvedimento bandiera. Dall’opposizione, come da copione, sono arrivate richieste di dimissioni della premier, di caduta del governo. che come da copione il governo ha rispedito al mittente. Anche se il messaggio di fragilità della maggioranza è arrivato.
Dopo tutto questo trambusto, comunque, ieri la Camera ha approvato la legge elettorale, sempre a voto segreto. Il testo passa quindi al Senato, dove non è affatto scontato che l’approvazione sia semplice.
Ora, come accennavamo prima, se guardate tutta questa storia — dal Mattarellum in poi, passando per Porcellum, Italicum, Rosatellum, fino a questo Melonellum — la sensazione- ma potrei dire la certezza – è che ogni singola riforma nasce non da pensare a quale sistema fa funzionare meglio il Paese, ma quale sistema avvantaggia di più il mio partito in questo momento. Nessuno sembra chiedersi qual è il sistema elettorale migliore per rappresentare gli italiani e le italiane, o per magari riavvicinare un po’ di persone e contrastare l’astensionismo.
Intendiamoci, è abbastanza naturale che sia così, nel senso che ogni partito, in un sistema competitivo, tende fisiologicamente a massimizzare il proprio vantaggio. Il punto però è che, riforma dopo riforma, ci si allontana sempre di più dall’interesse comune.
In questo senso ho trovato interessante l’appello di Lista Civica Italiana, un’associazione che promuove una visione della politica che dia più peso alle realtà civiche e associative. E dicono, giustamente: non basta respingere il Melonellum, perché anche il Rosatellum attualmente in vigore è altrettanto discutibile. E fanno una serie di richieste ufficiali, in particolare chiedono alle forze del cosiddetto campo largo di centrosinistra di rendere pubblica fin da subito la legge elettorale che si impegnerebbero ad approvare in caso di vittoria — per evitare che tutto si riduca alla sola opposizione al testo della maggioranza.
Al di là della legge elettorale, se seguite questo format sapete che penso che sia urgente cambiare in maniera profonda i nostri modelli di governance, e non solo sulla legge elettorale — il problema è più strutturale, riguarda come decidiamo, chi decide, e per conto di chi. Se volete approfondire questo discorso, ne approfitto per dirvi che su Italia che Cambia abbiamo pubblicato un focus proprio su questo tema, ve lo linko qui sopra.
Ieri il parlamento ha approvato anche un’altra legge, questa in via definitiva, molto molto importante. Si tratta della legge “Liberi di scegliere”, che estende a tutta Italia un protocollo nato nel 2012 a Reggio Calabria, per volontà del giudice Roberto Di Bella, e finora usato solo in alcuni tribunali del Sud.
Che cos’è? In pratica il contesto da cui prende le mosse la legge è quello in cui un minore che vive dentro una famiglia legata a mafia, ‘ndrangheta o camorra, spesso viene coinvolto fin da piccolo nelle attività criminali, anche perché sotto i 14 anni non si è imputabili, quindi conviene alla famiglia stessa usarli.
Di Bella la definisce “una cultura che si eredita”. Questo protocollo permette al tribunale dei minorenni di allontanare questi ragazzi, e anche le donne che vogliono uscire da quel contesto, dalla famiglia d’origine, con percorsi di scuola, sport, formazione, in alcuni casi collocamento in comunità o famiglie di volontari.
Il tema di fondo è comunque controverso, perché parliamo sempre di allontanare dei minori dalle famiglie, spesso ragazzini che non vogliono lasciare le famiglie e che nemmeno capiscono che un certo modello è sbagliato perchè p quello in cui sono cresciuti immersi. Ma al tempo stesso parliamo di famiglie in cui c’è la cultura della criminalità organizzata, dell’omicidio, del regolamento dei conti. E considerate che i numeri parlano chiaro: finora circa 200 minori e 34 donne sono stati coinvolti, e l’80% dei ragazzi allontanati, una volta adulti, non ha più commesso reati. È un modello studiato anche all’estero, per esempio a Marsiglia. E che adesso fa un salto di scala e diventa legge nazionale.
La legge fra l’altro è stata approvata all’unanimità e sostenuta sia da maggioranza che opposizione — cosa piuttosto rara di questi tempi — e prevede più fondi e più tutele su tutto il territorio nazionale. Semplifica anche le procedure per cambiare nome e cognome, oggi complicatissime per chi vuole sparire dai radar di una famiglia criminale, a meno che non sia una collaboratrice o collaboratore di giustizia, ma non è questo il caso.
Interessante.
Delle tante cose che si sono dette e scritte sulla chiusura dello Stretto di Hormuz, ce n’è una che sembra rimanere piuttosto inesplorata.
Attraverso quel budello di mare largo poche decine di chilometri passano un sacco di materie prime, trasportate da mastodontiche navi commerciali. Si è parlato molto di petrolio e di gas. Forse non abbastanza di nutrienti. In particolare di #Urea.
Circa il 45% dell’export mondiale di urea arriva dalla regione del Golfo. Il 35% passa proprio attraverso lo stretto.
L’urea è il fertilizzante azotato più usato al mondo, quello su cui si regge buona parte dell’agricoltura industriale moderna. Si produce fissando l’azoto dell’aria attraverso un processo chimico che ha bisogno, in grandi quantità, di un solo ingrediente: il gas naturale. Ecco perché i paesi del Golfo, ricchissimi di gas, sono anche fra i maggiori esportatori di urea al mondo. Ed ecco perché chiudere lo stretto significa colpire due volte lo stesso bersaglio: si blocca l’export di fertilizzante e, allo stesso tempo, sale il prezzo del gas con cui quel fertilizzante si produce.
Se l’urea scarseggia e il suo prezzo cresce, cresce il prezzo di un sacco di prodotti agricoli, e di conseguenza di farine, pane. A sua volta, l’aumento del costo dei generi alimentari di base è legato a un altro fenomeno apparentemente lontano.
Esploro tutto questo nella nuova puntata di #entangled – tutto è connesso, la mia newsletter che applica il pensiero sistemi alle notizie di attualità; è gratuita, su Substack.
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