Trump vuole rovesciare il regime cubano? – 26/5/2026
Crisi Cuba, amministrative italiane con la sorpresa Venezia, il clima e la disinformazione di Trump, e la morte di Carlo Petrini.
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Fonti
#Cuba
RSI – A Cuba “manca tutto”
Italia che Cambia – Cosa resta di Cuba
#Amministrative
Il Post – Elezioni comunali 2026
#Petrini
Italia che Cambia – Addio a Carlo Petrini
#Clima
Il Post – La proposta di escludere lo scenario più pessimistico sul riscaldamento globale
Trascrizione episodio
Della crisi di Cuba abbiamo parlato anche qualche giorno fa, ma la situazione è talmente al limite, talmente in rapido aggiornamento e devo dire anche talmente poco raccontata che credo sia il caso di riparlarne.
Vi faccio un rapido riassunto delle puntate precedenti: Cuba sta attraversando la crisi più grave dalla caduta dell’Unione Sovietica. La situazione, resa già grave dalle sanzioni Usa e dalla crisi climatica, da un sistema energetico obsoleto, dalla pandemia e da un regime autoritario, è precipitata a inizio 2026, dopo che gli Stati Uniti hanno rovesciato Maduro in Venezuela e hanno chiuso i rubinetti del petrolio venezuelano. Con il blocco delle forniture di carburante, a metà marzo il sistema elettrico nazionale è collassato: i blackout in molte zone superano le 15-20 ore al giorno, paralizzando l’agricoltura, i trasporti, le scuole, gli ospedali. Il sistema sanitario, che un tempo era considerato un fiore all’occhiello, un vanto, è al collasso, gli scaffali dei supermercati sono vuoti.
Trump nel frattempo ha dichiarato Cuba una minaccia per la sicurezza nazionale e ha fatto capire che vorrebbe “prenderla in qualche modo”. Nel mezzo a questa situazione drammatica si muovono però tante cose a livello politico e geopolitico.
Ho chiesto quindi a Valentina Saini di raccontarci le ultime novità. Valentina è giornalista, corrispondente dall’Italia per la Voz de Galizia e per 22 Med ed è specializzata in mondo ispanofono e Mediterraneo. Ed è stata l’ospite di una puntata di INMR+ dedicata a Cuba che avete molto apprezzato.
Contributo disponibile nel podcast
Grazie a Valentina, invito ad abbonarsi.
Ieri si è votato in 744 comuni italiani. circa l’11% dei comuni italiani, a cui tra due settimane si aggiungeranno 149 comuni della Sardegna. La gran parte sono comuni molto piccoli, ma tra quelli al voto ci sono anche 19 capoluoghi di provincia e un capoluogo di regione, Venezia.
Vediamo come sono andate queste elezioni. Primo dato, si registra l’ennesimo calo di affluenza. L’affluenza finale è del 60%, in calo di quasi cinque punti rispetto alla tornata precedente negli stessi comuni. Se prendiamo il dato del 60% da solo per delle amministrative in realtà può sembrare anche abbastanza alto. Su questo incide il fatto che c’erano molti piccoli comuni al voto, dove l’affluenza è storicamente più alta perché il voto ha un peso percepito maggiore, spesso il sindaco è il vicino di casa. Mentre nei grandi centri urbani invece prevale l’anonimato, il senso di distanza dalla politica locale è più forte, e l’astensionismo è strutturalmente più radicato.
Comunque il trend mostra un calo abbastanza diffuso, quasi ovunque, pur con delle eccezioni. La regione con la partecipazione più alta è l’Umbria, con oltre il 70%. Quella con la più bassa è il Molise, al 47,7%. Ma forse sul Molise può aver inciso la sua condizione di entanglement quantistico in cui esiste e non esiste al tempo stesso. Vabbé, scusate, ho rispolverato una vecchia battuta che andava quando ero giovane.
A livello politico, il centrodestra ha vinto, fra i centro maggiori, a Venezia e Reggio Calabria, il centrosinistra a Salerno (vabbé dove più che altro ha vinto De Luca, che è arrivato nettamente prima del secondo candidato, anche lui di centrosinistra) e a Prato, mentre a Messina ha vinto il candidato centrista Basile.
Il risultato più sorprendente, l’unico che ha ribaltato i pronostici, è quello di Venezia dove Simone Venturini, candidato sindaco del centrodestra ha ottenuto anche se di poco una vittoria al primo turno contro Andrea Martella, candidato del centrosinistra fermo invece al 37 per cento. Mentre tutti i sondaggi davano il centrosinistra in vantaggio.
Essendo queste anche le ultime importanti elezioni prima di quelle politiche del prossimo anno, è già partita la corsa a intestarsi la vittoria. Ha fatto lo stesso il centrosinistra col referendum, lo fa adesso il governo con Venezia. Ma ridurre il voto su qualcos’altro a un sondaggio sul clima politico generale in Italia è un gioco scorretto e rischioso.
Il Post ha pubblicato un articolo molto interessante, dal titolo “La proposta di escludere lo scenario più pessimistico sul riscaldamento globale”. In cui ci sono due notizie interessanti. La prima è che, leggo, “Da quasi due mesi il confronto scientifico e il dibattito politico sul riscaldamento globale riguardano una proposta per rivedere lo scenario più pessimistico del cambiamento climatico, che per lungo tempo ha valutato come plausibile un aumento della temperatura media globale di oltre 4 °C entro la fine del secolo rispetto al periodo preindustriale”.
“Secondo le nuove analisi, quello scenario appare ormai implausibile considerato il rallentamento nella produzione di emissioni di gas serra e il successo dei sistemi per produrre elettricità da fonti rinnovabili, il cui prezzo non era mai stato così basso come negli ultimi anni”.
In pratica la comunità scientifica è concorde nel dire che quello scenario è implausibile grazie agli sforzi che abbiamo fatto nella transizione energetica verso le energie rinnovabili. Questo è una buona notizia, anche se bisogna anche ricordarci che l’obiettivo dell’accordo di Parigi è di restare entro 1,5° di riscaldamento medio rispetto all’epoca preindustriale. Che è diciamo il margine considerato di sicurezza per poter continuare ad abitare questo pianeta con società simili a quella attuale e che fra l’altro abbiamo già toppato, tant’è che anche il nuovo scenario più ottimistico dice che supereremo il grado e mezzo entro il 2100 e prevede nel prossimo secolo dei correttivi, delle soluzioni geoingegneristiche per rimuovere la CO2 in eccesso dall’atmosfera.
Tornando invece a quello che viene proposto come nuovo scenario più pessimistico, si prevede che entro la fine del secolo la temperatura media globale potrebbe aumentare di 3,5 °C, quindi circa un grado in meno rispetto alla valutazione precedente. Ma ancora ampiamente oltre la soglia di sicurezza.
Questa sarebbe la notizia principale, che ci dice: abbiamo imbroccato una strada interessante, abbiamo probabilmente scongiurato lo scenario peggiore grazie alle rinnovabili, la conseguenza logica di questa notizia a livello politico dovrebbe essere adesso avanti tutta, facciamo anche l’altra metà dell’opera.
La seconda parte dell’articolo racconta però come una parte della politica, in particolare Trump e parecchi repubblicani, ma probabilmente questa roba arriverà anche da noi, sta usando questa notizia – che ripeto, mostra i risultati degli sforzi mondiali per contrastare la crisi climatica – per dire che la crisi climatica è una bufala.
Torno a leggere: “Trump, ha sfruttato la novità per accusare le organizzazioni delle Nazioni Unite che si occupano del clima di avere «SBAGLIATO! SBAGLIATO! SBAGLIATO!», con un post sul suo social network Truth in cui ha poi parlato di «assurdità allarmistiche sul clima». Molti politici conservatori statunitensi gli sono poi andati dietro cercando di screditare le iniziative dell’ONU per coordinare la riduzione dell’impiego dei combustibili fossili, la principale causa dell’effetto serra che sta portando a un aumento della temperatura media globale”.
Credo che sia importante disinnescare da subito questa narrativa senza senso. Non perché penso possa danneggiare la transizione verso le rinnovabili, che come abbiamo visto più volte ormai sembra indirizzata sulla strada giusta e paradossalmente Trump è stato uno dei migliori alleati, con l’instabilità energetica che ha creato con la guerra in Iran.
Ma perché per fare quella che prima definivo semplicisticamente l’altra metà dell’opera servono modifiche più profonde alle nostre strutture sociali, ai nostri modelli economici e al nostro stile di vita. Se vogliamo emanciparci una volta per tutte dalle fonti fossili dobbiamo entrare nell’ordine di idee che dobbiamo produrre e consumare meno energia. E quindi produrre e consumare meno oggetti. E tutto questo passa anche attraverso un ripensamento profondo del nostro rapporto con gli ecosistemi, da una riconnessione profonda. Ecco, per fare quella trasformazione lì è importantissimo l’aspetto culturale, non basta quello economico. E quindi è importante che impariamo a dare le letture corrette alle notizie e a collegarle fra loro nel modo corretto.
Siamo a Torino, è ottobre 2004 e all’interno dell’Oval Lingotto, un enorme padiglione fieristico, ci sono cinquemila persone. Sono perlopiù contadini che arrivano da ogni parte del mondo — 130 paesi in tutto. Non parlano la stessa lingua, si capiscono a stento, ma portano con sé semi, formaggi, spezie, tecniche antiche. Qualcuno ribattezzò quell’incredibile incontro “l’ONU dei contadini”.
Quella cosa si chiamava – e si chiama tutt’ora – Terra Madre, e nasceva dall’immaginazione e dalla capacità di sognare di un uomo di Bra, in provincia di Cuneo, di nome Carlo Petrini, chiamato da tutti Carlin, morto giovedì scorso a 76 anni.
In questi giorni tutti lo stanno ricordando, giustamente, come il fondatore di Slow Food: il movimento che fondò nel 1986 — quarant’anni fa — che ha cambiato il modo in cui il mondo pensa al cibo. Ci sta, Slow Food è una cosa enorme, un’idea rivoluzionaria che ha attecchito in decine di paesi, ed è npormale che sia la prima cosa che viene in mente.
Tuttavia probabilmente l’idea di Terra Madre rende ancora meglio la visionarietà di questo personaggio, capace di chiamare a raccolta migliaia di persone da tutto il mondo. Se Slow Food nasceva dall’idea che il cibo buono, fatto bene, con rispetto per la terra e per chi lavora, sia un diritto di tutti e non un privilegio Terra Madre è il tentativo di mettere in rete i piccoli produttori di tutto il mondo, dai contadini del Mali, ai pastori della Patagonia, ai pescatori dello Sri Lanka.
Un’altra caratteristica che emerge con forza dai vari articoli che lo ricordano è la sua capacità di dialogare con chiunque. Slow Food lo ricorda descrivendolo come “Capace di dialogare con un re, un Papa, un contadino, una pastora, un pescatore o uno studente senza mai cambiare registro. Capace di comunicare in tutte le lingue del mondo senza saperle. Capace di seminare gioia, entusiasmo e speranza in ogni angolo del pianeta.” E questa cosa emerge dal fatto che gli stanno rendendo omaggio personaggi di tute le sfere politiche e sociali.
Dagli attivisti, ai politici, al vaticano, ai giornali di tutti gli orientamenti. La Stampa ricorda l’incontro con l’ex governatore del Veneto leghista Luca Zaia, in cui i due avevano trovato più di un punto di contatto, la Repubblica quello con il Papa. Così come lo ricordano i movimenti ambientalisti, le associazioni. Insomma, aveva una capacità rara di essere al tempo stesso attivista e istituzionale.
Anche noi lo abbiamo ricordato su Italia che Cambia con un articolo. Quando abbiamo creato il nostro giornale, ma ancora prima quando Daniel Tarozzi aveva creato Terranauta e poi il Cambiamento, si parlava molto poco di questi temi. Petrini era uno dei pochi a fdarlo, era un pioniere a tutti gli effetti e credo che così come ha influenzato la nostra nascita e il nostro lavoro abbia influenzato migliaia di progetti in tutto il mondo che cercano di diffondere la cultura del cibo e della sostenibilità. È difficile ovviamente misurare questo tipo di impatto, ma sono sicuro che sia un impatto gigantesco.
Abbiamo concluso il nostro articolo con un passaggio di una sua intervista che ci aveva rilasciato, che vi leggo: «Penso che il mondo si possa cambiare con l’ausilio di molte persone, con il cambiamento nei fatti e nei comportamenti individuali che sanno incidere sull’ambiente, sulla politica e sulla comunità. Credo, in particolare, che le comunità siano delle forme di aggregazione che possono cambiare il mondo. Una comunità può avere obiettivi ambiziosissimi e magari impostarli, crederci e realizzarli, semplicemente perché ha una sicurezza affettiva».
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