Abbonati. Sostieni l'informazione indipendente


Cose da sapere

Articoli fondamentali per comprendere problemi e soluzioni dell'Italia (e del mondo) che Cambia, cose importanti, cose da sapere.

I temi che trattiamo
In evidenza
Ambiente

Ambiente

Podcast

La redazione affronta e sviscera problemi e soluzioni del mondo contemporaneo, cercando di comprendere e interpretare la realtà in modo onesto e approfondito.

Ascolta
In evidenza

Ispirazioni

Storie, esempi, riflessioni stimolanti e replicabili per cambiare la propria vita e il mondo, per realizzare i propri sognie e apprezzare frammenti concreti di Italia che Cambia.

Leggi
In evidenza
Calabria sarai Tu

Calabria sarai Tu

Guide al cambiamento

Vuoi sapere tutto, ma proprio tutto su un determinato tema? Con le nostre guide al cambiamento puoi farlo scegliendo quanto e quando approfondire.

Leggi
In evidenza
Animali come noi: guida al benessere animale

Animali come noi: guida al benessere animale

Focus

Inchieste, reportage, approfondimenti verticali che - tra articoli, video, podcast e libri - ci aiutano a mettere a "focus" la realtà.

Leggi
In evidenza
Guerre nel mondo

Guerre nel mondo

La guerra è una guerra, è UNA guerra, è una guerra

Territori

Il giornalismo, quello vero, si fa consumandosi le suole delle scarpe per andare nei territori e toccare con mano problemi e soluzioni.

I portali territoriali
In evidenza

Sardegna


Gli strumenti del cambiamento

Bacheca cerco/offro

Per mettere insieme la domanda e l'offerta di cambiamento e costruire insieme il mondo che sogniamo.

Mappa delle realtà del cambiamento

Scopri le realtà incontrate durante i viaggi o segnalate dalla community ritenute etiche e in linea con la nostra visione.


Scopri italia che cambia
28 Maggio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Cosa c’è da sapere sull’epidemia di Ebola – 28/5/2026

L’ebola dilaga nel Congo nord-orientale; in Iran torna parzialmente Internet dopo mesi di blocco del regime; debutta la newsletter Entangled; esce la terza puntata del podcast Io non lascio tracce.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
Cover Rassegna Home 1130 x 752 px 20

Questo episodio é disponibile anche su Youtube

Guardalo ora

Trascrizione episodio

Il 24 aprile scorso, in un centro medico a Bunia, nel nord-est della Repubblica democratica del Congo, un infermiere inizia a sentirsi male: ha febbre, emorragie, vomito continuo, dolori intensi. Muore nel giro di poche ore. 

Pochi giorni dopo, all’inizio di maggio, sempre a Bunia, un ospedale identifica un vero cluster, una serie di operatori sanitari che si ammalano con sintomi gravissimi. Subito si pensa all’ebola, ma i primi test risultano negativi. Intanto il tempo passa. Solo giorni dopo, quando i campioni vengono processati meglio, almeno 8 su 13 risultano positivi.

Viene fuori che i test iniziali risultavano negativi perché quelli disponibili nel centro sanitario regionale di Bunia erano in grado di riconoscere solo lo Zaire ebolavirus, il ceppo più comune di Ebola, e non questo ceppo, molto più raro, il Bundibugyo. 

A quel punto scatta l’allarme, il 15 maggio viene dichiarato ufficiale il focolaio di ebola, ma intanto il virus si è diffuso parecchio sia in Congo, che nel vicino Uganda. Secondo Sky tg 24 siamo già quasi a quota 1000 casi sospetti di Ebola nel Congo, distribuiti in tre province — Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu — nel Nord Est del Paese, vicino al confine con l’Uganda. Tant’è che anche l’Uganda ha segnalato 7 casi confermati, più diversi altri sospetti. 

La scorsa settimana l’OMS ha dichiarato l’allerta sanitaria internazionale e pochi giorni ha alcuni funzionari hanno detto che il virus si sta diffondendo più rapidamente di quanto si riesca a contenere. L’ONU ha stanziato 60 milioni di dollari dal fondo di risposta alle emergenze per combattere l’epidemia, in particolare per migliorare il tracciamento dei contatti, la creazione di centri di trattamento e altro ancora. Ieri il governo dell’Uganda ha comunicato di aver chiuso per 4 settimane i confini con la RDC per contenere i contagi, mentre il ministro dei trasporti congolesi ha a sua volta sospeso i voli commerciali da e verso Bunia, che sembra essere il principale epicentro dei contagi.

Questa è la situazione. Ora, quello che in molti si stanno chiedendo è: dobbiamo preoccuparci? La risposta è: dipende. Dipende per chi, per cosa, come. Prendo spunto da alcuni articoli e da un’intervista a due esperti che hanno lavorato sul campo in Congo per Radio3 per fare un po’ di considerazioni e cercare di capire meglio la situazione.

Innanzitutto: di che virus parliamo? L’ebola, in generale, è un genere di virus che che è stato scoperto negli anni Settanta. Il serbatoio naturale sono i pipistrelli della frutta, che lo portano senza ammalarsi. Il virus però può passare agli umani per contatto con fluidi e poi si puo trasmettere fra persone sempre attraverso uno scambio di fluidi, sangue, saliva, sudore. Non si trasmette con un colpo di tosse o uno starnuto, non basta stare nella stessa stanza, serve un contatto diretto. 

Quindi ha una trasmissione non facilissima, per fortuna, al tempo stesso quando una persona si ammala, il tasso di mortalità, ovvero il numero di persone che muoiono rispetto a quante si ammalano, è molto alto. Per la specie più diffusa, quella di Zaire, è fra il 60 e il 70%, se non trattato. L’ebola Zaire è stata anche la responsabile dell’epidemia del 2014-2016 in Africa Occidentale, che ad oggi è il più grande focolaio di Ebola mai documentato nella storia, con più di 28mila casi segnalati e oltre 11mila morti. 

Per questa nuova specie, chiamato appunto Bundibugyo, la mortalità è più bassa, si parla del 30-40%, ma comunque molto alta. 

Il Bundibugyo è stato identificato per la prima volta in Uganda nel 2007, quindi per gli standard dei virus è ancora “abbastanza nuovo”. E questo comporta dei problemi. Innanzitutto, c’è il fatto che i farmaci, i vaccini e gli anticorpi monoclonali sono stati sviluppati negli anni per altri ceppi di Ebola e probabilmente non funzionano con questa variante. 

Poi c’è il fatto dei test che anche quelli era pensati per le varianti più diffuse, e non hanno funzionato nell’identificare questa qua, rallentando di molto le contromisure prese dalle autorità e facendo sì che l’allarme sia scattato quando ormai la situazione sembra difficile da contenere, in Congo. 

Ma ci sono altri fattori che hanno reso la situazione ingestibile. Molti giornali (ne cito due, la Repubblica e il Sole 24 Ore) danno ampio spazio agli episodi di resistenza culturale alle misure sanitarie imposte. Ad esempio ci sono stati episodi di centri medici assaltati e incendiati dalla popolazione perché le autorità hanno impedito di consegnare i corpi dei defunti ai familiari e il trasporto delle salme nei villaggi, con i riti funebri che sono stati negati. TgCom racconta di come per settimane abbia circolato una leggenda sulle bare infette, e come molte persone non avessero capito che si trattasse di un virus.

Per quanto possano incidere questi fattori, è curioso come gli stessi giornali non nominino, o lo facciano solo di sfuggita, due fattori importantissimi. Come spiega Chiara Montaldo di MSF su Radio 3, la zona colpita è la provincia dell’Ituri, e le vicine province del Nord e Sud Chivu. Sono aree ad alta densità di traffico commerciale e minerario, c’è movimento costante di persone, il che ha reso il virus molto mobile.

E soprattutto sono zone caratterizzate dal conflitto, dalla guerra civile fra esercito regolare e milizie dell’M23. I gruppi armati controllano parti del territorio da anni, distruggendo villaggi, compiendo massacri e violenze. Questo significa che le persone migrano, si spostano rapidamente, vengono sfollate. E significa anche che magari hanno paura di andare negli ospedali perché potrebbero incontrare combattenti. E che i servizi sanitari sono precari e già sotto stress. E tutti questi fattori aiutano l’epidemia a diffondersi fuori controllo.

Non so se e quanto sia una scelta consapevole quella di nominare poco il conflitto, certo è che è un conflitto che ci riguarda più da vicino di quanto pensiamo, perché ha a che fare con la gestione delle risorse ricchissime del Congo, dal Coltan, al cobalto, all’oro, ai metalli rari. C’entrano gli Usa con il corridoio di Lobito, c’entra la Cina, c’entra persino l’Italia, anche se più indirettamente, con il Piano Mattei. 

Insomma, è anche un po’ responsabilità nostra quella situazione.

Un altro elemento estremamente interessante lo racconta sempre su Radio 3 Fabrizio Pulvirenti, di Emergency, uno che l’ebola se l’è presa mentre cercava di aiutare la popolazione nel focolaio di 10 anni fa, e che è guarito. 

Pulvirenti pone l’accento sul fatto che ogni singolo focolaio di ebola si è sviluppato in zone disboscate. Più nel dettaglio, gli studi mostrano che i focolai di Ebola si verificano soprattutto dove c’è stata perdita di foresta negli ultimi due anni, e sono particolarmente forti in aree di foresta chiusa. In effetti ormai parecchie ricerche scientifiche mostrano che il disboscamento e la frammentazione forestale portano a una maggiore concentrazione di patogeni e a contatti più frequenti tra ospiti animali, vettori e esseri umani. In pratica, quando la foresta è integra, gli umani e i pipistrelli vivono in equilibrio, non interferiscono molto gli uni con gli altri. Ma laddove si disbosca in modo incondizionato, il contatto fra umani e animali selvatici aumenta.

E di nuovo, perché si disbosca? Nell’ituri, soprattutto per via delle miniere d’oro. 

Insomma, vedete che scavando sotto ai fatti emergono storie inaspettate. E responsabilità che magari non pensavamo di avere. Magari è un caso, ma sono pochi i giornali che parlano di queste connessioni. Molti articoli sembrano invece concentrarsi solo su un aspetto, solo su una domanda. Rischiamo qualcosa noi? E noi siamo noi italiani, e in generale noi ricchi occidentali.

Ora, è comprensibile farsi questa domanda, me la sono fatta anche io d’istinto, perché quando si parla di epidemie e malattie molto pericolose si attivano dei meccanismi di paura e difesa per cui tendiamo a preoccuparci soprattutto di noi e dei nostri cari. Però come giornalisti penso che invece abbiamo il dovere di non cadere in questo tranello. Anche per questo ho eluso fin qui la domanda, per tenere la vostra attenzione alta su tutti questi elementi che secondo me sono quelli più importanti di questa notizia. 

La risposta alla domanda ve la do, per completezza di informazione: il rischio per chi vive in Europa, secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, è “molto basso”. Secondo la maggior parte degli esperti, e al netto di elementi che non stiamo considerando, dovrebbe essere relativamente semplice, con la struttura sanitaria e la rapidità di tracciamento dei contatti occidentale, contenere i contagi, visto che questi non sono così semplici e immediati.

Però, ecco, credo che l’interesse per questa notizia non sia tanto l’allarmismo su una possibile conseguenza diretta dell’ebola sulle nostre vite. Penso sia il contrario, ovvero informare sull’influenza delle nostre vite, delle nostre società ricche sull’ebola. 

In Iran sta tornando Internet, dopo mesi di blocco da parte del regime. Mentre vanno avanti le trattative per un accordo con gli Usa (o meglio, vanno avanti non lo sappiamo, sappiamo che Trump dice che vanno avanti), la notizia positiva è che sta venendo parzialmente ripristinata la connessione Internet, che era bloccata dallo scorso 28 febbraio, quand’era iniziata la guerra in Medio Oriente. 

“Il ripristino – leggo sul Post – è stato annunciato dal vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, ma risulta anche alle principali piattaforme di monitoraggio, come NetBlocks, che però chiariscono che al momento è parziale e non è esteso a tutto l’Iran. Se la connessione si stabilizzasse nelle prossime ore, potrebbero comunque volerci settimane prima che torni attiva anche nelle regioni più remote”.

Avevamo raccontato il blocco di Internet su ICC grazie a un articolo e un documentario di un giovane giornalista iraniano in Italia, Erfan Efatinasab, che era riuscito a raccogliere testimonianze dall’interno dell’Iran in blackout informativo, e che nel documentario far from home aveva raccontato il senso di profondo isolamento e straniamento che si prova ad avere la famiglia in un paese in guerra senza poter sapere niente di loro perché le connessioni sono interrotte da mesi. 

Ora arriva perlomeno questo segnale di distensione e riapertura. Ci sarà però da prestare attenzione perché molti immaginano che con la riapertura di Internet verranno diffusi in massa migliaia di video che mostrano la repressione del regime in questi mesi. E quindi sapremo di più su cosa è successo.

Chiudo con due segnalazioni che magari vi interessano, di due cose che sono successe ieri. La prima è che ieri è uscita il numero zero della mia nuova newsletter su Substack. Si chiama Entangled, tutto è connesso, è gratuita, esce tutte le settimane e l’ide alla base è quella di mostrare come sono collegate fra loro le notizie apparentemente distanti. Perché spesso tendiamo a vedere le notizie come delle monadi, degli elementi isolati dal contesto, e invece nei sistemi complessi le relazioni contano più degli elementi, e quindi per capire il mondo è più importante capire le relazioni fra le notizie, che i fatti in sé.

Quindi ogni settimana prenderò due notizie di attualità che apparentemente non c’entrano niente l’una con l’altra e mostrerò i fili invisibili che le legano. È un modo per capir emeglio la complessità che ci circonda e allenare il pensiero sistemico. Ti lascio il link fra le fonti di questa rassegna e in descrizione, se ti va iscriviti. 

La seconda cosa è che è uscita la terza puntata del podcast Io non lascio tracce, il podcast che ci porta a riflettere sulle tracce che lasciamo e quelle che non lasciamo lungo i cammini, e più in generale nella vita. Ho chiesto a Daniel Tarozzi, che cura questo podcast, di raccontarci cosa parla questa terza puntata.

Contributo disponibile nel podcast

Segnala una notizia

Segnalaci una notizia interessante per Io non mi rassegno.
Valuteremo il suo inserimento all'interno di un prossimo episodio.

Commenta l'articolo

Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi

Registrati

Sei già registrato?

Accedi

Ultime news

Associazione OIA'Daniela BartoliniFrancesco BevilacquaLodovico BevilacquaFilippo BozottiSara Brughitta - Sardegna OltreCinzia CatalfamoPaolo CigniniFabrizio CorgnatiSalvina Elisa CutuliValentina D'AmoraEleonora D'OrazioAndrea Degl'InnocentiLisa Ferreli - Sardegna OltreFilòAngela GiannandreaChiara GrassoIndipEzio MaistoSelena MeliFulvio MesolellaPaolo PiacentiniSusanna PiccinElena RasiaAlessia RotoloEmanuela SabidussiMarta Serra - Sardegna OltreDaniel TarozziValentina TibaldiBenedetta TorselloLaura TussiRoberto ViettiLaura Zunica

Italia che Cambia

L’informazione ecologica dal 2004

Italia che Cambia è il giornale web che racconta di ambiente, transizione energetica e innovazione sociale in Italia. Raccontiamo storie che ispirano e spieghiamo i problemi con approccio costruttivo. Offriamo strumenti concreti per chiunque voglia essere parte attiva di questa trasformazione. È il punto di riferimento per chi cerca esempi di sostenibilità, etica imprenditoriale e iniziative civiche che dimostrano che un altro mondo non solo è possibile, ma è già in costruzione.

Abbonati Registrati
Associazione OIA'Daniela BartoliniFrancesco BevilacquaLodovico BevilacquaFilippo BozottiSara Brughitta - Sardegna OltreCinzia CatalfamoPaolo CigniniFabrizio CorgnatiSalvina Elisa CutuliValentina D'AmoraEleonora D'OrazioAndrea Degl'InnocentiLisa Ferreli - Sardegna OltreFilòAngela GiannandreaChiara GrassoIndipEzio MaistoSelena MeliFulvio MesolellaPaolo PiacentiniSusanna PiccinElena RasiaAlessia RotoloEmanuela SabidussiMarta Serra - Sardegna OltreDaniel TarozziValentina TibaldiBenedetta TorselloLaura TussiRoberto ViettiLaura Zunica