Cosa c’è da sapere sull’epidemia di Ebola – 28/5/2026
L’ebola dilaga nel Congo nord-orientale; in Iran torna parzialmente Internet dopo mesi di blocco del regime; debutta la newsletter Entangled; esce la terza puntata del podcast Io non lascio tracce.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#Ebola
Radio 3 Scienza – Radio3-Scienza del 19 maggio 2026
TgCom24 – Ebola in Congo: casi e morti
Sky TG24 – L’epidemia di Ebola preoccupa: OMS dichiara emergenza
EuNews – L’epidemia di Ebola preoccupa ma il rischio per gli europei è molto basso
Il Post – Uganda chiude il confine con la Repubblica democratica del Congo per l’Ebola
Il Sole 24 Ore – Ebola Congo: oltre 200 morti e attacchi ai centri di cura complicano la gestione dell’epidemia
#Internet in Iran
Il Post – Iran, ripresa parziale della connessione Internet
Italia che Cambia – Il blackout di Internet in Iran
Italia che Cambia – Essere iraniani: documentario
#Entangled
Substack – Entangled Newsletter
#Io non lascio tracce
Italia che Cambia – Podcast Io non lascio tracce
Trascrizione episodio
Il 24 aprile scorso, in un centro medico a Bunia, nel nord-est della Repubblica democratica del Congo, un infermiere inizia a sentirsi male: ha febbre, emorragie, vomito continuo, dolori intensi. Muore nel giro di poche ore.
Pochi giorni dopo, all’inizio di maggio, sempre a Bunia, un ospedale identifica un vero cluster, una serie di operatori sanitari che si ammalano con sintomi gravissimi. Subito si pensa all’ebola, ma i primi test risultano negativi. Intanto il tempo passa. Solo giorni dopo, quando i campioni vengono processati meglio, almeno 8 su 13 risultano positivi.
Viene fuori che i test iniziali risultavano negativi perché quelli disponibili nel centro sanitario regionale di Bunia erano in grado di riconoscere solo lo Zaire ebolavirus, il ceppo più comune di Ebola, e non questo ceppo, molto più raro, il Bundibugyo.
A quel punto scatta l’allarme, il 15 maggio viene dichiarato ufficiale il focolaio di ebola, ma intanto il virus si è diffuso parecchio sia in Congo, che nel vicino Uganda. Secondo Sky tg 24 siamo già quasi a quota 1000 casi sospetti di Ebola nel Congo, distribuiti in tre province — Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu — nel Nord Est del Paese, vicino al confine con l’Uganda. Tant’è che anche l’Uganda ha segnalato 7 casi confermati, più diversi altri sospetti.
La scorsa settimana l’OMS ha dichiarato l’allerta sanitaria internazionale e pochi giorni ha alcuni funzionari hanno detto che il virus si sta diffondendo più rapidamente di quanto si riesca a contenere. L’ONU ha stanziato 60 milioni di dollari dal fondo di risposta alle emergenze per combattere l’epidemia, in particolare per migliorare il tracciamento dei contatti, la creazione di centri di trattamento e altro ancora. Ieri il governo dell’Uganda ha comunicato di aver chiuso per 4 settimane i confini con la RDC per contenere i contagi, mentre il ministro dei trasporti congolesi ha a sua volta sospeso i voli commerciali da e verso Bunia, che sembra essere il principale epicentro dei contagi.
Questa è la situazione. Ora, quello che in molti si stanno chiedendo è: dobbiamo preoccuparci? La risposta è: dipende. Dipende per chi, per cosa, come. Prendo spunto da alcuni articoli e da un’intervista a due esperti che hanno lavorato sul campo in Congo per Radio3 per fare un po’ di considerazioni e cercare di capire meglio la situazione.
Innanzitutto: di che virus parliamo? L’ebola, in generale, è un genere di virus che che è stato scoperto negli anni Settanta. Il serbatoio naturale sono i pipistrelli della frutta, che lo portano senza ammalarsi. Il virus però può passare agli umani per contatto con fluidi e poi si puo trasmettere fra persone sempre attraverso uno scambio di fluidi, sangue, saliva, sudore. Non si trasmette con un colpo di tosse o uno starnuto, non basta stare nella stessa stanza, serve un contatto diretto.
Quindi ha una trasmissione non facilissima, per fortuna, al tempo stesso quando una persona si ammala, il tasso di mortalità, ovvero il numero di persone che muoiono rispetto a quante si ammalano, è molto alto. Per la specie più diffusa, quella di Zaire, è fra il 60 e il 70%, se non trattato. L’ebola Zaire è stata anche la responsabile dell’epidemia del 2014-2016 in Africa Occidentale, che ad oggi è il più grande focolaio di Ebola mai documentato nella storia, con più di 28mila casi segnalati e oltre 11mila morti.
Per questa nuova specie, chiamato appunto Bundibugyo, la mortalità è più bassa, si parla del 30-40%, ma comunque molto alta.
Il Bundibugyo è stato identificato per la prima volta in Uganda nel 2007, quindi per gli standard dei virus è ancora “abbastanza nuovo”. E questo comporta dei problemi. Innanzitutto, c’è il fatto che i farmaci, i vaccini e gli anticorpi monoclonali sono stati sviluppati negli anni per altri ceppi di Ebola e probabilmente non funzionano con questa variante.
Poi c’è il fatto dei test che anche quelli era pensati per le varianti più diffuse, e non hanno funzionato nell’identificare questa qua, rallentando di molto le contromisure prese dalle autorità e facendo sì che l’allarme sia scattato quando ormai la situazione sembra difficile da contenere, in Congo.
Ma ci sono altri fattori che hanno reso la situazione ingestibile. Molti giornali (ne cito due, la Repubblica e il Sole 24 Ore) danno ampio spazio agli episodi di resistenza culturale alle misure sanitarie imposte. Ad esempio ci sono stati episodi di centri medici assaltati e incendiati dalla popolazione perché le autorità hanno impedito di consegnare i corpi dei defunti ai familiari e il trasporto delle salme nei villaggi, con i riti funebri che sono stati negati. TgCom racconta di come per settimane abbia circolato una leggenda sulle bare infette, e come molte persone non avessero capito che si trattasse di un virus.
Per quanto possano incidere questi fattori, è curioso come gli stessi giornali non nominino, o lo facciano solo di sfuggita, due fattori importantissimi. Come spiega Chiara Montaldo di MSF su Radio 3, la zona colpita è la provincia dell’Ituri, e le vicine province del Nord e Sud Chivu. Sono aree ad alta densità di traffico commerciale e minerario, c’è movimento costante di persone, il che ha reso il virus molto mobile.
E soprattutto sono zone caratterizzate dal conflitto, dalla guerra civile fra esercito regolare e milizie dell’M23. I gruppi armati controllano parti del territorio da anni, distruggendo villaggi, compiendo massacri e violenze. Questo significa che le persone migrano, si spostano rapidamente, vengono sfollate. E significa anche che magari hanno paura di andare negli ospedali perché potrebbero incontrare combattenti. E che i servizi sanitari sono precari e già sotto stress. E tutti questi fattori aiutano l’epidemia a diffondersi fuori controllo.
Non so se e quanto sia una scelta consapevole quella di nominare poco il conflitto, certo è che è un conflitto che ci riguarda più da vicino di quanto pensiamo, perché ha a che fare con la gestione delle risorse ricchissime del Congo, dal Coltan, al cobalto, all’oro, ai metalli rari. C’entrano gli Usa con il corridoio di Lobito, c’entra la Cina, c’entra persino l’Italia, anche se più indirettamente, con il Piano Mattei.
Insomma, è anche un po’ responsabilità nostra quella situazione.
Un altro elemento estremamente interessante lo racconta sempre su Radio 3 Fabrizio Pulvirenti, di Emergency, uno che l’ebola se l’è presa mentre cercava di aiutare la popolazione nel focolaio di 10 anni fa, e che è guarito.
Pulvirenti pone l’accento sul fatto che ogni singolo focolaio di ebola si è sviluppato in zone disboscate. Più nel dettaglio, gli studi mostrano che i focolai di Ebola si verificano soprattutto dove c’è stata perdita di foresta negli ultimi due anni, e sono particolarmente forti in aree di foresta chiusa. In effetti ormai parecchie ricerche scientifiche mostrano che il disboscamento e la frammentazione forestale portano a una maggiore concentrazione di patogeni e a contatti più frequenti tra ospiti animali, vettori e esseri umani. In pratica, quando la foresta è integra, gli umani e i pipistrelli vivono in equilibrio, non interferiscono molto gli uni con gli altri. Ma laddove si disbosca in modo incondizionato, il contatto fra umani e animali selvatici aumenta.
E di nuovo, perché si disbosca? Nell’ituri, soprattutto per via delle miniere d’oro.
Insomma, vedete che scavando sotto ai fatti emergono storie inaspettate. E responsabilità che magari non pensavamo di avere. Magari è un caso, ma sono pochi i giornali che parlano di queste connessioni. Molti articoli sembrano invece concentrarsi solo su un aspetto, solo su una domanda. Rischiamo qualcosa noi? E noi siamo noi italiani, e in generale noi ricchi occidentali.
Ora, è comprensibile farsi questa domanda, me la sono fatta anche io d’istinto, perché quando si parla di epidemie e malattie molto pericolose si attivano dei meccanismi di paura e difesa per cui tendiamo a preoccuparci soprattutto di noi e dei nostri cari. Però come giornalisti penso che invece abbiamo il dovere di non cadere in questo tranello. Anche per questo ho eluso fin qui la domanda, per tenere la vostra attenzione alta su tutti questi elementi che secondo me sono quelli più importanti di questa notizia.
La risposta alla domanda ve la do, per completezza di informazione: il rischio per chi vive in Europa, secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, è “molto basso”. Secondo la maggior parte degli esperti, e al netto di elementi che non stiamo considerando, dovrebbe essere relativamente semplice, con la struttura sanitaria e la rapidità di tracciamento dei contatti occidentale, contenere i contagi, visto che questi non sono così semplici e immediati.
Però, ecco, credo che l’interesse per questa notizia non sia tanto l’allarmismo su una possibile conseguenza diretta dell’ebola sulle nostre vite. Penso sia il contrario, ovvero informare sull’influenza delle nostre vite, delle nostre società ricche sull’ebola.
In Iran sta tornando Internet, dopo mesi di blocco da parte del regime. Mentre vanno avanti le trattative per un accordo con gli Usa (o meglio, vanno avanti non lo sappiamo, sappiamo che Trump dice che vanno avanti), la notizia positiva è che sta venendo parzialmente ripristinata la connessione Internet, che era bloccata dallo scorso 28 febbraio, quand’era iniziata la guerra in Medio Oriente.
“Il ripristino – leggo sul Post – è stato annunciato dal vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, ma risulta anche alle principali piattaforme di monitoraggio, come NetBlocks, che però chiariscono che al momento è parziale e non è esteso a tutto l’Iran. Se la connessione si stabilizzasse nelle prossime ore, potrebbero comunque volerci settimane prima che torni attiva anche nelle regioni più remote”.
Avevamo raccontato il blocco di Internet su ICC grazie a un articolo e un documentario di un giovane giornalista iraniano in Italia, Erfan Efatinasab, che era riuscito a raccogliere testimonianze dall’interno dell’Iran in blackout informativo, e che nel documentario far from home aveva raccontato il senso di profondo isolamento e straniamento che si prova ad avere la famiglia in un paese in guerra senza poter sapere niente di loro perché le connessioni sono interrotte da mesi.
Ora arriva perlomeno questo segnale di distensione e riapertura. Ci sarà però da prestare attenzione perché molti immaginano che con la riapertura di Internet verranno diffusi in massa migliaia di video che mostrano la repressione del regime in questi mesi. E quindi sapremo di più su cosa è successo.
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