Il ritorno del caporalato (che non se n’era mai andato) – 4/6/2026
Dalla strage di Amendolara al sistema del caporalato e alle sue radici strutturali nella filiera agroalimentare; la nuova flessibilità di bilancio europea per la transizione energetica; e un contributo dall’UNHCR sulla crisi in Sudan.
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Fonti
#Caporalato
The Guardian – Migrant workers burned alive in car in Italy
#FlessibilitàUE
Corriere della Sera – L’Ue concede 14 miliardi in più all’Italia per investire sulle energie rinnovabili
Il Post – La Commissione europea ha aperto uno spiraglio sui conti pubblici per l’energia
#UNHCR
UNHCR – Torniamo a sentire
#Segnalazioni
Italia che Cambia – Val Pennavaire — il documentario
Italia che Cambia – Intervista a David Van Reybrouck sui parlamenti
Italia che Cambia – Politiche climatiche e cittadini
Substack – Secondo episodio di Entangled
Trascrizione episodio
C’è una notizia di cronaca nera che arriva dalla Calabria e che ha scosso profondamente il paese. Sapete che in genere non trattiamo di cronaca nera, a meno che – ed è questo il caso – questa non sia sintomo di un problema strutturale, sistemico.
Nei giorni scorsi, in un distributore di benzina ad Amendolara, vicino a Cosenza, quattro uomini — tre afgani e uno pakistano — sono stati bruciati vivi all’interno di un’auto. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso tutto. E la notizia ha fatto in breve tempo il giro d’Italia, e non solo. Leggo, ad esempio, sul Guardian, l’articolo è a firma di Angela Giuffrida: “Le riprese mostrano i sospettati versare del liquido nel retro del veicolo mentre è parcheggiato vicino a una pompa di benzina. Poi lo danno alle fiamme e bloccano le portiere per impedire alle vittime di uscire.”
Due pakistani sono stati arrestati con l’accusa di omicidio aggravato. Nell’auto c’era anche un quinto uomo, sempre di nazionalità afgana, che è riuscito a salvarsi uscendo dal bagagliaio, con le ustioni sulle braccia.
Il sopravvissuto, raccoglitore di fragole che divideva l’appartamento con le vittime, ha raccontato ai giornalisti della TGR Calabria che i killer facevano parte di quella che ha definito una “enorme mafia pakistana”, e ha detto che le vittime erano state costrette a lavorare senza paga, ricevendo solo vitto e alloggio, tenute sotto controllo con minacce e armi.
Secondo le ricostruzioni, l’omicidio sarebbe scattato quando queste persone hanno banalmente chiesto di essere pagate per il loro lavoro.
Questo fenomeno ha un nome preciso in Italia: si chiama caporalato. Probabilmente ne avrete sentito parlare. Probabilmente in occasione di qualche fatto come questo. Perché in genere si parla di caporalato quando succede qualcosa di sgradevole, e allora tutti si accorgono che esiste un problema, e si accende una specie di teatrino politico-mediatico in cui si dice che c’è un problema di caporalato, se ne parla per un po’, magari si inaspriscono le pene, o si dice che lo si farà, si rafforzano i controlli per qualche mese, e poi tendenzialmente torna tutto come prima.
Ma andiamo un passo per volta. Cos’è il caporalato? È un sistema criminale — radicato soprattutto nel Sud Italia, ma non solo — in cui i cosiddetti “caporali”, cioè intermediari illegali, reclutano lavoratori, spesso migranti in condizione di irregolarità o vulnerabilità, e li sfruttano in cambio di un tetto di qualche euro al giorno, o di pochissimo cibo. O, come in questo caso, li sfruttano e basta sotto il ricatto delle minacce.
Non è un fenomeno nuovo, e non è un fenomeno marginale. Il caso più noto degli ultimi anni è quello di Satnam Singh, un lavoratore indiano di 31 anni che nel giugno 2024 perse un braccio in un macchinario agricolo nel Lazio: il suo datore di lavoro, invece di chiamare i soccorsi, lo abbandonò ferito fuori casa, con il braccio reciso dentro un cesto della frutta. Singh morì due giorni dopo. Il datore di lavoro è oggi a processo per omicidio volontario.
Dopo quel caso, Meloni aveva promesso di intervenire. Il governo ha aumentato le ispezioni nelle aziende agricole e ha aperto nuovi canali legali di immigrazione — sono previsti 500mila nuovi visti di lavoro per extracomunitari entro il 2028. Ma i sindacati hanno criticato la misura per via dei problemi burocratici nell’elaborazione dei visti, che nella pratica lasciano molti lavoratori in una zona grigia di irregolarità. Ed è esattamente quella zona grigia che alimenta il caporalato.
Il problema però è che il caporalato non è un errore di percorso. No, il caporalato è indispensabile, per come funziona la filiera agroalimentare attuale.
L’agricoltura italiana, soprattutto quella intensiva del Sud — pomodori in Puglia, arance in Calabria, fragole come nel caso di Amendolara — ha bisogno di grandi quantità di manodopera stagionale, concentrata in pochi mesi, spesso in zone mal collegate. Quindi serve trovare lavoratori in fretta, senza burocrazia, a costi bassissimi. Il caporale risolve tutto questo e quindi molte aziende lo tollerano, o spesso lo cercano attivamente, pur sapendo che è illegale.
Ma tutto questo è possibile (anzi è necessario) del funzionamento – opaco – delle filiere agroalimentari: in cui chi lavora la terra, ma le stesse aziende agricole, sono l’anello contrattualmente più debole, che deve sottostare ai prezzi bassissimi imposti dalla grande distribuzione.
Secondo i recenti dati ISMEA presentati al ministero dell’Agricoltura nel 2024, agli agricoltori arrivano circa 7 euro ogni 100 euro spesi dal consumatore finale. Un’altra ricerca, dello studio Ambrosetti, fornisce dato ancora più estremo: a livello di profitto netto solo 90 centesimi ogni 100 euro di spesa alimentare finiscono nelle tasche degli agricoltori.
Il resto dove va? Il 33% (un terzo) remunera i fornitori di logistica, packaging e utenze, un altro terzo a spanne (il 32%) remunera il personale del resto della filiera e il 19,9% le casse dello Stato.
La GDO, in questo schema, non è nemmeno il soggetto che guadagna di più: a fare la parte del leone oggi è l’industria di trasformazione, che è dominata da 57 grandi imprese industriali, in gran parte multinazionali. Insomma, se vuoi poter comprare cibo lavorato, processato, a prezzi molto bassi, se vuoi pagare una confezione di pelati 70 centesimi, devi sapere che qualcuno sta pagando quel prezzo. Non l’acquirente finale, ma chi sta all’esatto opposto della catena di produzione.
Al solito, ci sono modifiche profonde e strutturali da fare in come produciamo il cibo, in dove lo produciamo, dovremo accorciare le filiere, collettivizzare il rischio agricolo che in tempi di crisi climatica pesa troppo sugli agricoltori (ci sono sistemi come le csa che funzionano bene), e dovremmo redistribuire in maniera più equa il valore lungo la filiera.
Nel frattempo però possiamo iniziare, nelle nostre possibilità, a privilegiare scelte che bypassano la Gdo, o esperimenti di prezzo trasparente, o di ripartizione etica dei guadagni.
Ieri la Commissione europea ha presentato un meccanismo nuovo, potenzialmente molto interessante. In sostanza, Bruxelles ha aperto uno spiraglio di flessibilità di bilancio per gli stati membri — e quindi anche per l’Italia — non solo per le spese sulla difesa, ma anche per quelle legate alla transizione energetica. Ovvero: ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.
Provo a spiegarvi cosa significa in concreto. Per farlo dobbiamo fare un piccolo passo indietro e spiegare come funziona il vincolo europeo sui conti pubblici.
In pratica i paesi che fanno parte dell’Ue devono rispettare una serie di regole di bilancio che rientrano nel cosiddetto Patto di Stabilità e Crescita. In sostanza: il deficit di un paese — cioè la differenza tra quello che lo Stato spende e quello che incassa — non può superare il 3% del Pil. E il debito pubblico complessivo non dovrebbe superare il 60% del Pil.
Poi diciamo che sono regole che lasciano il tempo che trovano, e che sostanzialmente non rispetta nessuno o quasi. L’Italia, ad esempio, ha un rapporto debito / pil intorno al 135% e spesso supera il 3% di deficit. Tant’è che in questo momento siamo all’interno della cosiddetta “procedura per deficit eccessivo”, insieme ad altri nove paesi Ue. Significa che Bruxelles ti monitora più da vicino, ti chiede un piano di rientro, e in teoria potrebbe anche sanzionarti.
Anche se poi non succede niente, ciò non significa che i Paesi Ue possano spendere quanto vogliono, molti negli anni hanno certato di rientrare riducendo la spesa pubblica, con effetti a volte anche pesanti.
Negli ultimi mesi, sull’onda della guerra in Ucraina e delle pressioni Nato, l’Ue aveva già aperto una deroga speciale: la cosiddetta “clausola nazionale di salvaguardia” per le spese sulla difesa. In pratica, se uno stato membro vuole spendere di più per la difesa, per le spese militari, può farlo, pur entro un certo limite fissato all’1,5% del Pil, senza che quella spesa venga conteggiata nel computo del deficit.
Una misura che aveva sollevato diverse perplessità, visto che della stessa clausola non godono servizi essenziali come la sanità, l’educazione, le infrastrutture chiave.
Ecco, la novità interessante è che adesso, quella stessa clausola viene estesa, almeno in parte, anche alle spese per la transizione energetica. Leggo sul Corriere della Sera: “Su richiesta dello Stato membro interessato, l’ambito di applicazione della clausola potrà essere esteso per includere le misure adottate a partire da febbraio 2026 che riducono la dipendenza dai combustibili fossili importati e rafforzano quindi la sicurezza e la resilienza dell’Europa.”
Dentro quel tetto dell’1,5% già esistente, viene riservato uno spazio specifico per le misure di resilienza energetica: lo 0,3% del Pil all’anno per il triennio 2026-2028, fino a un massimo cumulato dello 0,6%. Per l’Italia si traduce in qualcosa come 13-14 miliardi di euro. Che non significa che l’Italia non può spendere più di quella cifra nella transizione energetica, ma che quella percentuale può andare in deroga al patto si stabilità, non essere conteggiata nel deficit.
La misura è stata accolta positivamente dal governo, che in realtà però avrebbe voluto una misura a maglie molto più larghe. Non a livello numerico, cioé, lo 0,6% del pil coincide con quelle che erano le richoieste dell’Italia, ma a livello di fonti energetiche. Insomma, avrebbe voluto la libertà di usare quei soldi anche per petrolio, gas, carbone o quant’altro. Invece l’Europa ha messo dei paletti molto rigidi: devono essere misure che riducono la dipendenza dai fossili.
E la Commissione, nelle sue raccomandazioni all’Italia, è stata molto esplicita su cosa si aspetta. Leggo ancora dal Corriere: “Accelerare l’elettrificazione e intensificare gli sforzi per la diffusione delle energie rinnovabili e dei sistemi di accumulo, anche attraverso la piena attuazione delle riforme delle procedure autorizzative, in particolare a livello subnazionale, e mediante investimenti nella rete elettrica.”
Interessante.
Abbiamo parlato spesso della crisi umanitaria in Sudan. È considerata da molti la crisi umanitaria più grave al mondo. Ho avuto l’occasione di chiedere un contributo a una Antonia Vadalà, Operatrice UNHCR in Sudan. L’UNHCR è l’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati e ciclicamente lancia delle campagne di raccolta fondi per aiutare i Paesi e le persone in questi paesi che hanno maggiori difficoltà.
Vi faccio ascoltare il suo contributo:
Contributo disponibile nel podcast
Documentario Val Pennavaire: Contributo disponibile nel podcast
Secondo episodio Entangled
Interviste a David Van Reybrouck
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