Dalle dipendenze alla comunità: l’esperienza della cooperativa sociale Comunità di Venezia
Dal 1988 la cooperativa sociale Comunità di Venezia accompagna persone con dipendenze, madri con figli e persone con fragilità psichica in percorsi terapeutici, riabilitativi e di reinserimento sociale. Al centro non c’è solo la cura individuale, ma la costruzione di relazioni capaci di sostenere il cambiamento.
A Venezia la nebbia ha un nome preciso: caigo. Arriva piano, confonde i contorni, rallenta i passi. A volte costringe a fermarsi, ad aspettare che qualcosa torni visibile. È un’immagine potente, forse perché parla bene di certe fasi della vita: quelle in cui orientarsi sembra difficile e chiedere aiuto può diventare il primo gesto per ritrovare una direzione. Da quasi quarant’anni la cooperativa sociale Comunità di Venezia lavora proprio in questo spazio fragile e concreto: quello in cui una persona, una famiglia o una relazione hanno bisogno di essere accompagnate senza essere giudicate.
Nata al Lido di Venezia nel 1988 con il nome di Villa Renata, la cooperativa ha sviluppato nel tempo servizi residenziali specialistici nell’area delle dipendenze e della salute mentale, affiancando alla cura anche attività di ricerca, formazione e progettazione sociale. Non si tratta di offrire una soluzione semplice a problemi complessi. Le dipendenze, la marginalità, la sofferenza psichica e le difficoltà familiari non si affrontano con una formula valida per ogni persona. Richiedono tempo, ascolto, competenze professionali e una rete capace di sostenere anche i passaggi più faticosi.
Una comunità nata per accompagnare
Il primo progetto della cooperativa è legato a Villa Renata, comunità terapeutica residenziale che si trova, come detto, al Lido di Venezia. L’esperienza nasce per rispondere al problema della tossicodipendenza nel territorio veneziano e oggi offre servizi specialistici e intensivi per persone con dipendenze da sostanze o alcol, con una particolare attenzione ai giovani adulti tra i diciotto e i ventiquattro anni.

L’obiettivo non è “aggiustare” qualcuno, ma creare le condizioni perché ciascuna persona possa rileggere la propria storia, riconoscere le proprie fragilità e sperimentare nuove possibilità. In questo percorso il ruolo di operatori e operatrici è fondamentale, ma non sostitutivo: la comunità accompagna, non decide al posto di chi la attraversa. È una differenza sottile, ma importante. Perché un percorso terapeutico non può essere ridotto a una sequenza di tappe da completare. È piuttosto un cammino fatto di avanzamenti, battute d’arresto, relazioni, regole condivise e responsabilità quotidiane.
“Ti con nu; nu con ti”
Poche parole, ma molto dense. Parlano di reciprocità, di presenza, di un cammino che non cancella le differenze tra chi chiede aiuto e chi lo offre, ma prova a costruire un terreno comune. La comunità, in questo senso, non è solo un luogo fisico. È un modo di stare nella relazione. Significa condividere regole, tempi, responsabilità e obiettivi. Significa anche imparare a fidarsi, cosa tutt’altro che scontata quando la propria storia è segnata da dolore, isolamento o rotture profonde. Dentro questo approccio, la fragilità non viene negata né trasformata in etichetta. Diventa piuttosto una parte della storia personale con cui fare i conti, insieme ad altre risorse: desideri, capacità, relazioni, competenze, possibilità ancora aperte.
La Comunità di Venezia, da Villa Renata a Casa Aurora
Nel tempo la Comunità di Venezia ha ampliato il proprio lavoro, affiancando ai percorsi per le dipendenze anche progetti dedicati alle madri con figli e alla salute mentale. Nel 1994 prende avvio il Progetto Aurora, nato per rispondere ai bisogni di nuclei madre-figlio in situazioni di fragilità legate anche all’uso di sostanze. Successivamente l’esperienza si consolida in Casa Aurora, una comunità terapeutica madre-bambino che opera tra Venezia e Mestre e che pone particolare attenzione alla relazione tra madre e figlio o figlia, ma anche al rapporto di coppia tra i genitori.
È uno degli aspetti più delicati del lavoro della cooperativa. La genitorialità, quando incontra la dipendenza o altre forme di sofferenza, può diventare un terreno complesso: ci sono bisogni diversi da tenere insieme, quelli della madre e quelli del figlio o della figlia; ci sono responsabilità, paure, aspettative sociali e spesso anche giudizi molto pesanti. Casa Aurora prova a intervenire proprio lì, senza semplificare. Sostenere una madre non significa ignorare le difficoltà, così come proteggere un bambino o una bambina non significa cancellare la possibilità di ricostruire una relazione. Significa piuttosto lavorare con attenzione, competenza e gradualità, perché i legami possano trovare una forma più sicura.

Nel 2005 alla storia della cooperativa si aggiunge la gestione di Villa Emma, comunità terapeutica madre-bambino di Mestre Venezia. Nel 2010 la cooperativa ottiene anche l’autorizzazione e l’accreditamento come Comunità Terapeutica Riabilitativa Protetta (CTRP) per la salute mentale. Anche in questo caso il centro del lavoro resta la relazione: non una cura calata dall’alto, ma un percorso che coinvolge la persona nella propria quotidianità, nei propri tempi e nella possibilità di ritrovare spazio dentro la comunità.
Il reinserimento non finisce alla porta della comunità
La Comunità di Venezia lavora anche sul reinserimento socio-lavorativo, perché un percorso di cura ha bisogno di continuare nella vita quotidiana, nelle relazioni e nell’autonomia. È un passaggio decisivo, spesso meno raccontato ma fondamentale: uscire da una comunità non significa semplicemente “tornare fuori”. Significa misurarsi di nuovo con ritmi, responsabilità, relazioni, lavoro, casa, libertà e solitudini. È qui che il cambiamento rischia di restare fragile se non trova continuità. Per questo la dimensione dell’accompagnamento resta centrale anche dopo la fase più intensiva del percorso terapeutico. L’autonomia, in fondo, non è il contrario della relazione: è una sua possibile maturazione.
Ricerca, formazione e progettazione sociale
La cooperativa non si limita alla gestione dei servizi residenziali: negli anni ha sviluppato attività di ricerca, formazione e progetti regionali, nazionali ed europei. Questo aspetto racconta un’altra dimensione della Comunità di Venezia: la volontà di non restare ferma, ma di osservare i bisogni che cambiano e costruire risposte nuove. Nel corso della sua storia la cooperativa ha partecipato a progetti legati alle dipendenze, alla violenza di genere, alla salute mentale e al reinserimento, collaborando con servizi territoriali, istituzioni e realtà di ricerca.
“Ti con nu, Nu con ti” è una delle frasi che raccontano meglio lo spirito della Comunità di Venezia: nessuna persona si salva da sola, ma nessuna può essere accompagnata senza il proprio coinvolgimento
Tra le esperienze citate dalla cooperativa ci sono il Progetto Motion, realizzato con l’Associazione Equilibero e rivolto anche a donne con psicopatologia, con o senza figli, attraverso esperienze riabilitative in ambiente montano; il Progetto Chance, condiviso con il Dipartimento delle Dipendenze dell’ULSS 3 Serenissima e pensato per minori presi in carico dai servizi; e il progetto Provaid, che ha lavorato sull’assistenza integrata alle donne con problemi di abuso di sostanze e figli. Sono esempi diversi, ma indicano una stessa direzione: leggere le fragilità non come categorie isolate, bensì come intrecci di salute, relazioni, genere, famiglia, territorio e possibilità di autonomia.
Una storia possibile, molte storie reali
Per raccontare il lavoro di Casa Aurora, possiamo immaginare la storia di Sara, un nome di fantasia che raccoglie elementi comuni a diversi percorsi reali, senza riferirsi a una singola persona. Sara arriva in comunità con sua figlia dopo un periodo difficile. Non porta con sé solo una diagnosi, un problema o una fragilità: porta una storia intera. Ci sono le paure, i sensi di colpa, la fatica di fidarsi, ma anche il desiderio di restare accanto a sua figlia in modo nuovo.
All’inizio il percorso non è lineare. Ci sono regole da rispettare, colloqui, momenti di gruppo, giornate in cui tutto sembra troppo faticoso. Ma ci sono anche presenze costanti: operatrici, operatori, altre madri, persone che non promettono scorciatoie e non fingono che cambiare sia facile. La frase che potrebbe raccontare questo passaggio è semplice: «Qui non mi hanno promesso che sarebbe stato facile. Mi hanno fatto capire che non sarei stata sola».
Sara non è una “persona da riparare”. È una donna che, dentro un contesto protetto, può provare a rimettere ordine nella propria vita, riconoscere le proprie risorse e ricostruire la relazione con sua figlia. Il cambiamento, quando arriva, non somiglia a un colpo di scena. Somiglia più spesso a una serie di piccoli gesti ripetuti: alzarsi, partecipare, ascoltare, chiedere scusa, ricominciare. E forse è proprio qui che il lavoro comunitario mostra la sua forza. Non cancella la complessità, ma offre un luogo in cui attraversarla.

La relazione come pratica di cambiamento
La proposta della Comunità di Venezia è semplice da dire e difficile da praticare: costruire legami sufficientemente solidi da sostenere percorsi di autonomia e responsabilità. In un tempo in cui molte fragilità vengono raccontate come problemi individuali, esperienze come questa ricordano che il disagio ha spesso radici sociali, economiche, familiari e culturali. La dipendenza, la marginalità e la sofferenza psichica non riguardano solo la singola persona: interrogano il modo in cui una comunità accoglie, previene, accompagna e reinserisce.
Per questo il lavoro della cooperativa sociale non può essere letto solo come un servizio. È anche una domanda rivolta al territorio: quali reti costruiamo per non lasciare sole le persone nei momenti più difficili? Quali spazi offriamo a chi vuole ricominciare? Quanto siamo disposti e disposte a considerare la cura non come un fatto privato, ma come una responsabilità condivisa? Naturalmente una cooperativa, da sola, non può risolvere una questione così ampia. Servono politiche pubbliche, servizi territoriali, continuità educativa, sostegno alle famiglie, prevenzione, lavoro, casa, opportunità reali di reinserimento. Ma le esperienze nate dal basso e radicate nei territori possono indicare una direzione concreta: partire dalle relazioni, non dalle etichette.
Camminare nella nebbia, insieme
Il caigo, a Venezia, non sparisce perché qualcuno lo ordina. Si attraversa con prudenza, riconoscendo i punti fermi, ascoltando i suoni, rallentando il passo. Forse anche i percorsi di cura assomigliano a questo: non eliminano subito la nebbia, ma aiutano a non perdersi dentro. La Comunità di Venezia lavora da anni in questa soglia: tra fragilità e autonomia, tra protezione e responsabilità, tra cadute e ripartenze.
Lo fa ricordando che nessuna persona coincide con il proprio momento più difficile e che ogni percorso ha bisogno di tempo, fiducia e presenza. “Ti con nu; Nu con ti” non è solo uno slogan. È una postura. Significa camminare accanto, senza sostituirsi. Significa riconoscere che la cura non è mai una strada a senso unico. E significa, forse, ricordarci che una comunità si misura anche da questo: dalla capacità di restare vicina a chi, per un tratto, non riesce a vedere la strada.








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